Salari: la trappola dell’azienda marginale e il peccato originale dei contratti

“Chiamali come vuoi, gli incentivi sono quelli che fanno lavorare di più le persone.” (Nikita Krusciov)

Che in Italia i salari reali continuano a perdere terreno rispetto all’inflazione, posizionando il nostro Paese come la maglia nera tra le grandi economie avanzate, con un potere d’acquisto sotto di oltre sei punti percentuali rispetto al 2021 non è un mistero per nessuno e non serve l’ultimo rapporto Ocse a certificare quello che chiunque faccia la spesa o paghi un mutuo sa da tempo.

Di fronte a questa evidenza, questa prima parte di estate si sta infiammando fra proposte emergenziali, come il salario minimo legale, proposto da una certa parte politica, o la detassazione degli aumenti contrattuali, da parte di alcune Sigle Sindacali, che, però, lasciano quel retrogusto di pezza messa lì, per non affrontare quelli che, oggi, sono i problemi strutturali relativi ai redditi da lavoro. Sembra quasi che ci si voglia fermare alla superfice del problema, cercando un sollievo momentaneo per le tasche dei lavoratori o andare a criticare i ritardi cronici con cui i Contratti Collettivi Nazionali vengono rinnovati, solitamente, cercando un minimo recupero sul caro-prezzi, ignorando deliberatamente i due peccati originali che da oltre trent’anni condannano l’Italia a una stagnazione salariale senza eguali nel mondo occidentale. 

Parliamo, infatti, di un unicum in tutto l’OCSE, in cui i salari reali hanno avuto, negli ultimi 30 anni, un incremento vicino allo 0% o addirittura negativo. Sì, leggi bene, le remunerazioni, in termini reali, non hanno avuto alcun aumento e questo non deriva dall’ultima crisi energetica o dalle tensioni geopolitiche globali affondando le sue radici, invece, in una precisa architettura istituzionale e in un modello contrattuale che, nati per rispondere alle emergenze degli anni Novanta, si sono trasformati nel tempo in una vera e propria trappola per la produttività aggregata italiana.  

Il primo di questi peccati originali risiede nel Protocollo Ciampi-Giugni del luglio 1993, quell’accordo di concertazione che, se da un lato ebbe il merito macroeconomico storico di spegnere l’incendio dell’iperinflazione abolendo definitivamente la scala mobile e ponendo fine alla stagione delle svalutazioni competitive, dall’altro creò una struttura contrattuale duale rimasta di fatto a metà. L’architettura introdotta allora prevedeva che i CCNL fossero indirizzati alla difesa del potere d’acquisto legandolo all’inflazione programmata, mentre la contrattazione aziendale o territoriale di secondo livello avrebbe dovuto creare una componente variabile di salario ancorata alla produttività e alla redditività delle singole imprese. Questa era una scommessa teoricamente lineare che, tuttavia, si è scontrata con una precisa scelta politica e burocratica dei sindacati confederali poiché spingere sulla componente remunerativa dei contratti integrativi aziendali significava accettare che i lavoratori delle aziende più efficienti e innovative guadagnassero significativamente di più rispetto a chi era impiegato in realtà marginali e, per una cultura sindacale intrisa di egualitarismo e terrorizzata dalle dinamiche di mercato, questo scenario era inaccettabile. Si preferì, così, barattare il potenziale di crescita salariale dei lavoratori delle aziende top class per mantenere un presidio burocratico uniforme su tutta la platea nazionale, svuotando il secondo livello e riducendolo a negoziare aspetti normativi o, più recentemente, misure di welfare aziendale utili per gli sgravi ma ininfluenti sulla retribuzione monetaria reale.

Il secondo peccato originale, strettamente legato al primo, è la natura intrinsecamente marginalista dei CCNL che furono concepiti per “fare prezzo” e fissare i minimi tabellari sulla base della sostenibilità finanziaria dell’impresa meno produttiva e meno capitalizzata del settore, ignorando le dinamiche dei prezzi o le esigenze di valorizzazione delle competenze. In un tessuto industriale frammentato come quello italiano, infatti, tarare l’asticella del salario minimo contrattuale sul campione nazionale dell’export significherebbe spingere istantaneamente fuori dal mercato migliaia di micro-imprese di provincia e, di conseguenza, i contratti nazionali sono livellati verso il basso, finendo per agire come un sussidio implicito all’inefficienza strutturale, uno scudo legale che consente ad aziende decotte di sopravvivere senza mai investire in tecnologia o in digitalizzazione, semplicemente comprimendo il costo del lavoro. 

Si tratta di un vero paradosso economico: per non far fallire il piccolo subfornitore o il quartista metalmeccanico della provincia lombarda si impone lo stesso identico tabellare minimo anche ai grandi gruppi multinazionali e ai campioni industriali evoluti. Questi ultimi, che disporrebbero di ampi margini operativi per pagare stipendi in linea con gli standard europei, si trovano così a beneficiare di un’enorme rendita di posizione dovuta alla contrattazione, convertendo in profitti, dividendi o cassa aziendale quel valore che altrove avrebbe dovuto remunerare il capitale umano. Salvo per quella ristretta minoranza di profili professionali dotati di una leva contrattuale individuale sufficiente a strappare superminimi ad personam, il minimo tabellare del CCNL si è trasformato quasi ovunque nel massimo salariale offerto, anestetizzando qualsiasi dinamica meritocratica.

Nasce in questo modo un vero circolo vizioso che blocca quel sano principio schumpeteriano di distruzione creativa che dovrebbe spingere le imprese inefficienti a ristrutturarsi o a fallire per cedere risorse, mercati e lavoratori a realtà produttive capaci di generare vero valore aggiunto. La prova di questo la si trova dove questo consolidamento forzato è avvenuto e che ha visto risultati economici immediati e il settore bancario ne è l’esempio lampante: con la progressiva scomparsa delle vecchie banche locali e la concentrazione del mercato intorno a pochi grandi gruppi ad alta redditività, la scomparsa dei cosiddetti “dogs” della matrice BCG ha radicalmente modificato i rapporti di forza negoziali. Sotto la spinta di un sindacalismo autonomo e pragmatico come quello della Fabi, focalizzato sui bilanci e sulla solidità della controparte piuttosto che sull’antagonismo ideologico, l’ultimo rinnovo del CCNL del credito ha registrato un aumento record, un exploit probabilmente destinato a ripetersi proprio perché non esiste più l’azienda marginale da tutelare a spese dei lavoratori. 

I settori caratterizzati da un’alta frammentazione, come il commercio o la manifattura di base, rimangono invece regolarmente al palo, incapaci di assorbire qualunque dinamica incrementale senza mettere a rischio la sopravvivenza della base della piramide produttiva.  

Questo è il quadro clinico di un malato trentennale e la domanda da porre, per poter superare l’impasse salariale e sostenere quella domanda interna che è alla base di investimenti e incrementi di produttività è il “che fare?” reso celebre da Lenin.

Ok, la citazione è un po’ stridente con il concetto di economia di mercato ma va a sintetizzare perfettamente il dilemma attuale sulla politica industriale che deve riportare il paese ad agguantare un trend strutturale di crescita e questo non può passare attraverso la logica dei bonus statali o dei tavoli di crisi ministeriali finalizzati a prorogare all’infinito la Cassa Integrazione Guadagni. Lo Stato deve uscire dall’ottica della tutela del posto di lavoro obsoleto in un’azienda zombie, scaricando sulla fiscalità generale il rischio d’impresa di chi non riesca più a stare sul mercato, ma ha il dovere di tutelare il reddito e l’occupabilità del lavoratore, gestendo la transizione verso settori a maggior valore aggiunto. 

“Bravo, la critica è veramente puntuale ma non servono i problemi, che conosciamo tutti, servono le soluzioni” potrebbe esclamare il buon Mario, addentando una tartina al buffet dopo l’ennesimo convegno sulla produttività a Villa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare.

A fronte di una simile obiezione, una proposta potrebbe essere quella di superare la logica puramente assistenziale della CIG e strutturare un grande fondo nazionale per la riqualificazione prendendo a modello proprio i fondi di solidarietà del settore bancario, dove l’assenza degli ammortizzatori ordinari ha costretto le parti sociali alla maturità e alla gestione attiva delle transizioni, prendendo idealmente come base l’elaborazione sulla flexicurity che dall’opera di Marco Biagi arriva all’elaborazione di Pietro Ichino. Parallelamente, la politica fiscale deve smettere di sussidiare la micro-dimensione e favorire con norme certe, stabili e programmabili le aggregazioni, i consorzi e le fusioni societarie, poiché la crescita dimensionale è l’unico presupposto strutturale per l’aumento della produttività aggregata, che a sua volta è l’unico motore reale della crescita dei salari.

Sul piano strettamente negoziale, per ottenere un impatto tangibile e immediato, due riforme potrebbero avere quell’effetto dirompente e capace di capovolgere gli incentivi sul tavolo delle relazioni industriali. 

La prima è l’istituzione di una detassazione al 5% a base mobile per gli incrementi salariali previsti dai CCNL. Invece di applicare lo sgravio fiscale all’infinito, infatti, l’agevolazione deve operare esclusivamente sulla quota incrementale dell’ultimo rinnovo, per poi essere riassorbita e consolidata nella tassazione ordinaria al rinnovo successivo; in questo modo, sia la parte datoriale che quella sindacale avrebbero un vero incentivo a firmare puntualmente i contratti per non far perdere ai lavoratori il beneficio fiscale sul netto.

La seconda è l’eliminazione definitiva delle vecchie quote variabili di salario e dei premi di risultato tradizionali, spesso zavorrati da complessi indicatori aziendali unilaterali, per sostituirli ex lege con una compartecipazione dei lavoratori pari a una quota fissa, ad esempio il 10%, dell’EBITDA aziendale, introducendo contestualmente una deduzione equivalente per il calcolo dell’EBIT a favore dell’impresa. Scegliere il Margine Operativo Lordo significa, infatti, ancorare la retribuzione variabile a una misura pura della gestione operativa, immune dalle politiche di ammortamento o dai tax planning delle holding, azzerando i contenziosi e responsabilizzando direttamente i lavoratori, che diventerebbero i primi promotori dell’efficienza dei processi produttivi.  

Questo modello, inoltre, creerebbe finalmente una sana competizione lato domanda nel mercato del lavoro, una dinamica che oggi in Italia è totalmente inesistente: un’azienda redditizia e ben organizzata, generando un EBITDA superiore, sarebbe in grado di offrire buste paga nettamente più attraenti rispetto a un concorrente inefficiente e disorganizzato e i profili migliori migrerebbero naturalmente verso i campioni industriali, costringendo le imprese che galleggiano sui margini o a innovare e crescere dimensionalmente, oppure a uscire dal mercato attraverso fusioni e aggregazioni. Solo così, uscendo dall’illusione che il salario sia una variabile indipendente della politica e accettando che la remunerazione del lavoro sia il riflesso diretto della qualità e della scala dell’impresa che lo eroga, l’Italia potrà abbattere il cancello della moderazione salariale forzata e riportare la remunerazione dei lavoratori a un livello ottimale, senza sacrificare, ovviamente, produttività e redditività delle aziende e uscendo dalla retorica dell’inefficiente redistribuzione dei redditi per via fiscale che, alla fine, si è sempre dimostrata un mero slogan elettorale.

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Matteo Gianola
Matteo Gianola
Fin da piccolo amavo scrivere e comunicare quello che pensavo e quello che sapevo (potrei dire anche quello che credevo di sapere) perché solo dal confronto può innescarsi una crescita personale e, anche, collettiva. Dopo la laurea in economia e l’inizio del lavoro in banca ho tentato di seguire quello che amavo, iniziano a scrivere per testate come the Fielder, Quelsi, e l’Informale fino a giungere a In Terris e, oggi, pure qui. Mi occupo principalmente di economia, politica e innovazione digitale, talvolta sconfinando anche nella mia passione, la musica.

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