Scanzi, l’uomo del popolo che disprezza il popolo

Andrea Scanzi torna a occuparsi di Giorgia Meloni e, ancora una volta, sceglie il linguaggio della caricatura. Dopo aver evocato il «mercato del pesce» per descriverne i toni, oggi rincara: la presidente del Consiglio sarebbe una «pesciarola che vende triglie sottoprezzo al mercato rionale», una «coatta», «sguaiata» e «borgatara». La critica politica è un’altra cosa. Si possono contestare le parole di Meloni, le sue decisioni, il suo stile politico e i risultati del governo. Ma definire una donna «pesciarola» o «borgatara» non aggiunge nulla all’argomentazione. Sposta semplicemente il bersaglio dalla politica alla persona, alla sua provenienza sociale e al modo in cui una donna occupa lo spazio pubblico. Ed è qui che il linguaggio diventa particolarmente significativo.

Perché Meloni può essere criticata come qualsiasi altro leader politico, ma quando l’attacco insiste su «coatta», «sguaiata», «pesciarola» e «borgatara», entrano in gioco stereotipi che non riguardano soltanto le sue idee. Riguardano il modo di parlare, l’origine sociale, il genere. Non è necessario impedire la critica per riconoscere quando la critica scivola nel disprezzo. Poi c’è la contraddizione dell’uomo del popolo. Una parte della cultura progressista ha costruito per decenni il proprio linguaggio attorno ai lavoratori, alle periferie, agli ultimi, alla gente comune. Ma il rapporto con il popolo reale diventa più complicato quando quel popolo non corrisponde all’immagine politica che ci si è costruiti. Il problema è allora la distanza tra il popolo raccontato e quello reale. Quello delle periferie, dei mercati, dei negozi, dei lavori che cominciano prima dell’alba. Quello che non è una categoria sociologica, ma una persona in carne e ossa. E qui entra in scena lo Scanzi opinionista: firma di un quotidiano, presenza televisiva, voce di una parte del dibattito pubblico. Un osservatore che può permettersi di raccontare il popolo dalla redazione o davanti a una telecamera.

Il pescivendolo, invece, alle quattro del mattino è già al lavoro. Scanzi scrive e parla di lui. Il primo vende pesce, il secondo vende opinioni. La differenza è che il primo non usa il proprio mestiere come insulto per qualcun altro. È una contraddizione difficile da ignorare: trasformare il lavoro di una pescivendola in un’offesa mentre si pretende di parlare in nome della gente comune. Meloni può essere criticata duramente. Ma «pesciarola» non confuta una politica, «borgatara» non smentisce un dato, «coatta» non dimostra che una scelta sia sbagliata. Sono etichette. E le etichette sono spesso ciò che resta quando gli argomenti non bastano. La satira può essere feroce. Il giornalismo può essere polemico. Ma l’opinione, per essere davvero incisiva, dovrebbe avere bisogno di qualcosa in più dell’insulto: un argomento che regga anche dopo che è finita la battuta. Per questo sarebbe interessante vedere Scanzi, almeno una volta, lasciare la redazione e lo studio televisivo e andare davvero al mercato. Alle quattro del mattino, quando una vera pescivendola è già al lavoro, tra cassette di pesce, freddo, fatica e clienti. Potrebbe incontrare proprio una di quelle donne che usa come termine dispregiativo: una donna che lavora mentre lui la racconta. Forse scoprirebbe che «pesciarola» non è un insulto. È un mestiere. E forse scoprirebbe anche qualcosa sul popolo che dice di conoscere: è molto facile raccontarlo davanti a una telecamera. Molto più difficile incontrarlo alle quattro del mattino.

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Claudia Conte
Claudia Conte
Claudia Conte è una giornalista, conduttrice e opinionista televisiva. Autrice di cinque opere letterarie, si occupa in particolare di temi legati alla legalità e alla solidarietà. È inoltre portavoce dell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e il Disagio Giovanile.

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