Se la cultura dell’assassinio diventa la creazione del nemico immaginario

"Il nemico serve a rinsaldare il gruppo, a dare un'identità forte e compatta attraverso la paura e l'odio condiviso verso l'esterno." (Francesco Alberoni)

Successe un anno fa: durante un dibattito, come mille altri condotti precedentemente, Charlie Kirk venne assassinato nel cuore di un campus universitario americano che avrebbe dovuto rappresentare il luogo in cui la libera discussione, anche accesa e incalzante, dovrebbe essere di casa.

Allora, sulle colonne di questa testata, parlammo della “cultura dell’assassinio cioè quello che, solo sei mesi prima della morte, Charlie stesso denunciava su X commentando un sondaggio del Network Contagion Research Institute (NCRI) sulla diffusione della violenza politica sui social, dove si arrivava persino a legittimare o applaudire omicidi in nome di un distorto ideale di giustizia sociale, e cosa è cambiato in questi ultimi mesi? Se la speranza fosse stata quella che, di fronte al sangue versato sull’altare dell’intolleranza ideologica, la classe politica e intellettuale riscoprisse il senso del limite, il valore della dialettica e il rispetto per la figura dell’avversario, il risultato sarebbe oltremodo sconfortante.

La realtà, oggi, dimostra esattamente il contrario poiché l’assassinio di Charlie può essere visto come l’apripista di una fase nuova e ancora più insidiosa, nella quale la violenza verbale e la disumanizzazione del dissenso diventano il metodo ordinario di regolamentazione dello scontro politico. La cultura dell’assassinio si è raffinata, ha contagiato il linguaggio quotidiano e si è, in un qualche modo, istituzionalizzata con un meccanismo sistematico di delegittimazione preventiva che ormai domina la comunicazione politica tanto oltreoceano quanto in Europa.

Facciamo, però, un passo indietro perché proprio dalla figura di Charlie Kirk è possibile comprendere meglio la deriva verso cui ci si sta dirigendo. Qualcuno lo dipingeva come un demagogo che aizzava il fanatismo della propria bolla ideologica ma il suo metodo comunicativo era proprio all’opposto, cercando un confronto diretto con tutti; Charlie entrava nei campus, si sedeva di fronte agli studenti di qualsiasi orientamento e accettava la scommessa del dibattito socratico, del botta e risposta aperto, fondato sul merito delle tesi e sulla forza della logica seguendo l’impostazione del “prove me wrong” nell’esposizione delle sue tesi e la sua eliminazione fisica ha colpito al cuore proprio l’idea che le opinioni divergenti possano coesistere, misurarsi nello spazio pubblico e, se possibile, trovare un punto d’incontro. 

Il risultato? 

Semplice, una rincorsa all’estremizzazione delle posizioni, in cui si cerca la delegittimazione e l’insulto stesso dell’avversario, dipinto come un nemico da annientare, temendo il dibattito dove le idee più deboli e non sufficientemente ancorate alla realtà potrebbero soccombere di fronte a dati e soluzioni più pragmatiche. In altre parole si potrebbe dire che se accetti un confronto dialettico con chi la pensa diversamente ne riconosci implicitamente la legittimità ad esistere e a prendere parola, se invece l’obiettivo finale è l’omologazione del dibattito o la rimozione del dissenso, l’avversario non può essere ascoltato o confutato e deve essere cancellato. Si tratta, in pratica, di una delegittimazione preventiva per squalificare ogni opinione divergente e attribuirle un peso minimo o, addirittura, eversiva.

Attenzione, però, questa tendenza, pur appartenendo alla stessa matrice culturale, si presenta in forme differenti a seconda della sponda dell’Atlantico in cui si declina. Negli Stati Uniti si sviluppa principalmente dal basso, spinta da una radicalizzazione identitaria e dalle logiche tribali delle piattaforme digitali poiché dipingere l’oppositore come un nemico da sconfiggere legittima qualsiasi reazione come la censura sul web, il boicottaggio e gli scontri di piazza che smettono di essere abusi e diventano, in una certa visione, una necessità; in Europa, e in Italia in particolare, questa segue, al contrario, una traiettoria discendente, veicolata dalle edizioni dei media più seguiti e dal conformismo di certi apparati culturali. Esaurita la lunga stagione dell’anticomunismo che ha caratterizzato la retorica berlusconiana nei primi 25 anni della “Seconda Repubblica” italiana, infatti, si assiste oggi a una completa inversione di ruoli dove ogni posizione conservatrice, sovranista o semplicemente difensiva dell’identità nazionale viene marchiata con l’infamante lettera scarlatta della reductio ad Hitlerum, per dirla alla Leo Strauss: non si discute più, ad esempio, la validità di una riforma fiscale, la sostenibilità di un provvedimento economico o l’opportunità di una politica sul governo dei flussi migratori e ogni posizione distante dalla narrazione imposta da una specifica parte politica, tra l’altro non di rado contestata da alcuni dei suoi esponenti più autorevoli, viene subito liquidata come un pericoloso sussulto autoritario o come il preludio a un ritorno del fascismo. Questa tendenza, in ambito europeo, raggiunge poi vertici di pura perversione istituzionale, come visto contro l’affermazione del Rassemblement National in Francia o contro l’affermazione elettorale di Alternative für Deutschland in Germania con la creazione di “muri sanitari” e la rappresentazione degli elettori che li supportano come dei minus habentes, cosa che, poi, è diventata uno dei driver della continua crescita di consenso di questi partiti ma questo è un discorso che meriterebbe di essere sviluppato in un’altra sede. 

Al di là della violenza retorica, però, questo ricorso sistematico alla demonizzazione dell’avversario rivela una questione anche più preoccupante cioè un vuoto di idee assordante, perché quando una classe politica o un’élite intellettuale smette di avere una visione del futuro, quando non riesce più ad elaborare risposte concrete alle trasformazioni economiche, alla crisi industriale, all’insicurezza urbana o allo smarrimento sociale, l’individuazione di un nemico da abbattere resta l’unica arma d’assalto rimasta per mantenere la propria base di consenso; elaborare una proposta richiede studio, coraggio e capacità di analisi mentre sventolare l’allarme democratico o l’incubo di un regime imminente è una scorciatoia infinitamente più facile da raccontare.

Si assiste così a un pericoloso scollamento dalla realtà. 

Per tenere in piedi la narrazione di un Paese sotto assedio fascista o di un’Europa sull’orlo dell’abisso autoritario, si è costretti a falsificare la percezione del presente, usando slogan, squalificando e cercando di vanificare i responsi elettorali avversi e dipingendo come eversive tutte le fazioni politiche non allineate, costruendo, di fatto, l’immagine di uno status quo inesistente, un’allucinazione mediatica che esiste solo nei salotti televisivi e negli editoriali della stampa di parte, del tutto estranea alle reali rivendicazioni delle persone. Quindi mentre la società reale chiede risposte sui salari, sul sostegno alla famiglia, sulle infrastrutture e sulla tutela dei confini, questa narrazione risponde con veri gridi di guerra a intenzioni vere o presunte tali o tribunali morali verso gli avversari, il tutto con conseguenze potenzialmente disastrose. Quando si persuade una folla che l’altro sia l’incarnazione del male o il nemico della civiltà e non semplicemente qualcuno con idee differenti, si spezza il patto implicito della convivenza democratica, il dialogo viene percepito come un tradimento e la mediazione come una resa. Se il tuo oppositore è letteralmente il “fascista” o il “nazista” di turno, qualsiasi forma di rispetto viene meno, e il passaggio dalla violenza verbale alla violenza fisica smette di essere una speculazione intellettuale per divenire, in molti casi, cronaca.

Cosa dovrebbe rappresentare l’anniversario dell’assassinio di Charlie Kirk, allora?

Dovrebbe servire da richiamo per chiunque creda ancora nella dignità della politica perché non si può permettere che la contesa civile degeneri in una guerra tra bande o in una caccia alle streghe fondata sulla demonizzazione delle controparti; la vera risposta alla cultura dell’assassinio sta nel coraggio di tornare al merito delle cose, smantellando le scorciatoie ideologiche e restituendo alla parola la sua funzione originaria di strumento di confronto, lasciando da parte la censura o i pacta ad excludendum come arma per la distruzione di un nemico immaginario.

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Matteo Gianola
Matteo Gianola
Fin da piccolo amavo scrivere e comunicare quello che pensavo e quello che sapevo (potrei dire anche quello che credevo di sapere) perché solo dal confronto può innescarsi una crescita personale e, anche, collettiva. Dopo la laurea in economia e l’inizio del lavoro in banca ho tentato di seguire quello che amavo, iniziano a scrivere per testate come the Fielder, Quelsi, e l’Informale fino a giungere a In Terris e, oggi, pure qui. Mi occupo principalmente di economia, politica e innovazione digitale, talvolta sconfinando anche nella mia passione, la musica.

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