Il verdetto dei giudici ha spazzato via un’accusa perpetrata per oltre due anni: Vittorio Sgarbi non ha commesso alcun danno erariale e le sue conferenze a pagamento erano pienamente legittime. La Procura regionale della Corte dei Conti aveva contestato all’ex sottosegretario alla Cultura 121 prestazioni professionali svolte tra il 2022 e il 2024, ipotizzando un presunto conflitto di interessi e chiedendo la restituzione di oltre 200mila euro. Tuttavia, la sentenza ha chiarito che non è mai esistita alcuna incompatibilità tra il suo ruolo istituzionale e l’attività svolta. Nell’esercitare la propria professione di storico e critico d’arte, Sgarbi ha trattato argomenti estranei alle sue competenze ministeriali, esercitando “diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, quali la libera manifestazione del pensiero e il diritto d’autore. Insomma, la libertà fondamentale di un individuo a lavorare. A riprova della totale inconsistenza delle accuse, la Corte dei Conti ha condannato il Ministero della Cultura a rimborsare a Sgarbi 3.500 euro per le spese legali sostenute.
La verità giudiziaria è giunta in grave ritardo rispetto al massacro mediatico e politico che l’ha preceduta. La vicenda ha preso il via nell’ottobre del 2023 con un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano a firma di Thomas Mackinson, poi ripresa dai riflettori della ormai discutissima trasmissione Report. In breve tempo si è scatenata una bufera alimentata dall’aggressività delle opposizioni, con mozioni di revoca del Movimento 5 Stelle e attacchi continui del Partito Democratico. Nonostante Sgarbi avesse ricordato che la sua notorietà e carriera nella critica d’arte fossero preesistenti all’incarico di governo, il clima di costante linciaggio ha reso insostenibile la sua permanenza nell’esecutivo. Così, nel febbraio del 2024, Sgarbi è stato costretto a rassegnare le dimissioni da sottosegretario, denunciando una persecuzione fondata su ricostruzioni inesistenti. Anche in sede penale, nel processo di primo grado svolto a Reggio Emilia riguardante l’inchiesta sul dipinto di Rutilio Manetti, il critico è stato assolto.
Il prezzo pagato da Vittorio Sgarbi per questa prolungata gogna è stato devastante dal punto di vista personale, umano ed economico. Prima della tempesta mediatica, Sgarbi godeva di un’ottima salute ed era una figura centrale della scena culturale e politica italiana. La campagna demonizzatrice portata avanti dalla “macchina del fango” della Sinistra, lo ha invece spinto ai margini. In questi anni Vittorio Sgarbi ha perso opportunità professionali, subito danni economici, ma soprattutto, è caduto in uno stato di profonda depressione con cui tuttora si trova a combattere la battaglia più difficile della sua vita. Oggi appare profondamente provato nelle poche apparizioni pubbliche che lo vedono partecipe, trasformato nell’atteggiamento e nel tono, parla con un filo di voce e non tuona più con l’irruenza di un tempo… ricordiamo tutti lo slogan “capra, capra, capra”. È venuta così a mancare la voce irrivirente, tuonanante e colta di uno dei più importanti critici d’arte italiani, uno dei pochi intellettuali capaci di unire un’incomparabile preparazione storico-artistica a una comunicazione decisamente anticonformista.
Questa vicenda rappresenta un chiaro esempio di giustizialismo irruento e diabolico, in cui l’opinione pubblica, la gogna mediatica e gli “internettologi”, pretendono di emettere sentenze definitive molto prima che i giudici abbiano esaminato qualsiasi prova. Nel circuito dei salotti televisivi (marcatamente di sinistra) e delle campagne “giornalistiche” (anche se è deplorevole parlare in questi casi di “giornalismo”) si tende sistematicamente a sovrapporre il giudizio morale o mediatico alla verifica delle responsabilità giuridiche. Un intellettuale prestato alla politica non può essere costretto ad abdicare alla propria natura. Sebbene la sentenza della Corte dei Conti gli abbia restituito l’onore e la ragione, chi ha alimentato per anni calunnie e accuse infondate, non pagherà alcun prezzo per i danni morali ed esistenziali provocati nei confronti di un uomo che è sempre stato innocente.
Speriamo che Vittorio Sgarbi, alla luce della sentenza e della giustizia, possa riprendersi da questo suo esilio interiore provocato dal linciaggio moralista-giustiliziata, e che quindi, una figura di primo piano della cultura italiana possa riprendere il posto che le spetta nel dibattito pubblico.




























