Travaglio parla, Mosca titola «In Italia»

Il «Foglio» mostra il meccanismo del «certificatore occidentale». Gazeta.ru, Tass e Ura.ru confermano come gli editoriali del direttore del «Fatto» vengano trasformati in argomenti utili alla narrazione russa.

C’è un modo piuttosto efficace per capire che cosa rappresenti Marco Travaglio nell’ecosistema mediatico russo. Non serve leggere quello che scrive di lui la stampa italiana. Basta cercare il suo nome in cirillico.

Il «Foglio» lo ha fatto e ha individuato un meccanismo interessante: per una parte dei media russi il direttore del «Fatto Quotidiano» non è tanto Marco Travaglio, con la sua storia professionale e le sue battaglie italiane. È soprattutto una voce occidentale capace di fornire dall’interno dell’Occidente gli argomenti che Mosca può rilanciare. Un «certificatore occidentale», appunto.

Abbiamo verificato. Il meccanismo non soltanto esiste: è riconoscibile perfino nei titoli.

Il 7 giugno 2022 Gazeta.ru non titolava «Travaglio sostiene che la Russia stia vincendo». Scriveva: «In Italia hanno dichiarato che la Russia continua a vincere nell’operazione speciale». Nel testo spiegava poi che il giornalista italiano, intervenuto su La7, sosteneva che le sconfitte russe si leggessero sui giornali ma non si vedessero sul campo. L’opinione di un giornalista diventava già nel titolo qualcosa che era stato detto «in Italia».

Lo schema si ripete. L’8 ottobre 2022, sempre Gazeta.ru, titolava: «In Italia Zelensky è stato definito un Frankenstein sfuggito al controllo dei suoi creatori». Nell’agosto 2025 altra trasformazione geografica: «In Europa Zelensky è stato paragonato a Biancaneve», dopo il pezzo in cui Travaglio descriveva i leader europei come i sette nani che accompagnavano Zelensky alla Casa Bianca.

Poi c’è un caso recentissimo che rende il meccanismo ancora più chiaro. Il 20 agosto 2026 Kiev ha imposto sanzioni a cinque cittadini russi e quattro organizzazioni legate alla creazione e distribuzione di Masha e Orso. La presidenza ucraina ha spiegato ufficialmente che la serie diffonderebbe narrazioni filorusse sotto forma di contenuto per bambini e rappresenterebbe una minaccia alla sicurezza nazionale.

Travaglio ha preso la vicenda e l’ha trasformata nell’editoriale «Emergenza Masha e Orso», nel quale ha attaccato duramente Zelensky. Il 22 agosto Gazeta.ru ha rilanciato con il titolo: «In Italia hanno deriso il divieto di Masha e Orso in Ucraina». Ancora una volta non «Travaglio ha deriso». «In Italia».

Ma c’è un precedente ancora più significativo. Il 22 agosto 2025 Travaglio pubblicò sul «Fatto» l’editoriale «La serpe in seno». Il punto centrale era esplicito: il «peggiore pericolo» per l’Europa non sarebbe venuto da Mosca ma da Kiev, e in particolare da un nazionalismo ucraino con «punte di fascismo e nazismo» che la Nato avrebbe allevato, finanziato e armato dal 2014.

La Tass ne ricavò un dispaccio internazionale dal titolo: «L’Europa deve comprendere la minaccia rappresentata da Kiev permettendo il terrorismo». Nel sommario attribuiva al direttore italiano proprio la tesi sul nazionalismo ucraino con caratteristiche fasciste e naziste alimentato dalla Nato dal 2014.

Qui il punto diventa più serio di una battuta su Biancaneve. Perché «nazismo ucraino», responsabilità della Nato dal 2014 e minaccia proveniente da Kiev anziché da Mosca appartengono al cuore della giustificazione politica con cui il Cremlino racconta la guerra. Quando categorie analoghe arrivano da un direttore di giornale italiano, il loro valore propagandistico cresce: non è più Mosca a parlare di Mosca. È una voce occidentale che fornisce la citazione.

Il caso di Lipsia rende il circuito ancora più visibile. Il 2 settembre Ura.ru ha pubblicato un articolo dal titolo: «Germania e Ucraina hanno escogitato un piano insidioso per accusare la Russia dell’incidente con il drone». La ricostruzione è costruita attorno alla tesi della provocazione e dedica una sezione alla possibile «pista ucraina». Proprio lì compare Travaglio: le sue parole vengono utilizzate per sostenere l’assurdità delle accuse a Mosca e collegate al precedente del Nord Stream.

Il giorno successivo il direttore del «Fatto» è tornato sul tema con l’editoriale «Poteva andarci peggio». Come osserva il «Foglio», il paradosso è che perfino nell’ipotesi in cui Putin fosse davvero responsabile dell’azione, la condotta russa finirebbe per essere descritta come relativamente «responsabile», perché avrebbe potuto fare molto peggio senza farlo.

È qui che il sistema diventa quasi perfetto. Se Mosca non è responsabile, la Russia viene accusata senza prove. Se Mosca è responsabile, la sua azione può comunque essere presentata come moderata. Intorno restano disponibili la pista ucraina, la falsa bandiera, i falchi russi o qualche Paese Nato. La responsabilità del Cremlino entra nel ragionamento, ma difficilmente ne esce come elemento decisivo di condanna.

Non occorre sostenere che Travaglio sia «arruolato» da Mosca. Non abbiamo alcun elemento per affermarlo e non è questo il punto. La selezione la fanno i media russi. Prendono fra centinaia di editoriali ciò che serve, eliminano il resto e aggiungono la certificazione geografica: «in Italia», «in Europa», «un noto giornalista italiano».

Ed è forse questo il dettaglio più curioso dell’intera storia. Marco Travaglio ha costruito una parte importante della propria reputazione professionale sulla pretesa di distinguere i fatti dalle narrazioni del potere. Oggi, nella Russia di Putin, le sue parole vengono trasformate in certificati occidentali della narrazione del potere russo.

Non devono nemmeno convincerlo a parlare. Gli basta poter titolare: «In Italia dicono che…».

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