Trump all’Onu: senza confini non esistono Nazioni

«Non esiste un diritto umano all’immigrazione illegale. Esiste il diritto a rimanere una Nazione sovrana».

Questa frase di Donald Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contiene una verità che l’Occidente ha cercato a lungo di rimuovere. Il diritto di lasciare il proprio Paese non coincide con quello di entrare liberamente in qualsiasi altro. Decidere chi attraversa un confine, a quali condizioni e con quali obblighi è una prerogativa essenziale dello Stato. Senza questa facoltà la sovranità diventa una parola vuota.

L’immigrazione è uno dei terreni sui quali si misura la distanza crescente tra le classi dirigenti occidentali e i loro popoli. Per anni ai cittadini è stato spiegato che porre un limite fosse disumano, chiedere integrazione discriminatorio e difendere la propria identità una forma di chiusura. Nel frattempo sono cresciuti quartieri separati, scuole in difficoltà, insicurezza e sistemi sociali sottoposti a pressioni sempre maggiori. Le conseguenze sono ricadute soprattutto sui ceti popolari, cioè sugli stessi cittadini ai quali veniva chiesto di non sollevare obiezioni.

Le misure annunciate da Giorgia Meloni sul divieto di burqa e niqab nelle scuole, sul limite agli studenti stranieri nelle classi e sull’apprendimento dell’italiano da parte dei genitori degli alunni con difficoltà di integrazione affrontano lo stesso problema. La scuola non può limitarsi a mettere insieme ragazzi che non hanno gli strumenti per comunicare: deve insegnare e integrare. Una concentrazione eccessiva di studenti che non conoscono la nostra lingua danneggia gli italiani e gli stranieri, perché impedisce agli uni di seguire regolarmente il programma e agli altri di ricevere il sostegno specifico di cui hanno bisogno. Anche così nascono i ghetti.

Trump ha ricondotto la questione alla sua natura politica: ogni popolo ha il diritto di continuare a esistere come comunità storica e culturale. Non è un principio estremista, ma la base sulla quale sono state costruite le democrazie moderne. Senza un territorio, una cittadinanza e un confine non esiste un popolo sovrano: rimane una popolazione amministrata.

Per questa ragione il campo conservatore commetterebbe un grave errore se giudicasse Trump soltanto attraverso gli screzi degli ultimi mesi con Giorgia Meloni o le difficoltà della prima parte del suo secondo mandato.

Di Trump possono non piacere molte cose: il linguaggio, il carattere, la tendenza a trasformare ogni confronto politico in una prova di forza. Alcuni suoi comportamenti risultano difficili da comprendere fuori dagli Stati Uniti, anche perché vengono raccontati da un sistema mediatico che troppo spesso preferisce la caricatura all’analisi. Ma il giudizio sulla sua funzione storica non può dipendere dalla simpatia verso il personaggio.

Quella funzione è stata decisiva per l’Occidente.

Senza il suo ritorno alla Casa Bianca oggi non parleremmo della fine dell’ideologia woke. Non discuteremmo in questi termini di confini, immigrazione illegale, identità e sovranità. L’Europa avrebbe opposto ancora più resistenza nel seguire Giorgia Meloni nella revisione del Green Deal e nella costruzione di una politica più rigorosa sull’immigrazione. Posizioni considerate impronunciabili fino a pochi anni fa sono entrate nel dibattito politico e vengono adottate anche da governi che avevano costruito la propria identità sulla loro condanna.

Questo cambiamento non nasce da un’improvvisa conversione delle élite europee, ma dai rapporti di forza. Trump ha dimostrato che si può vincere contestando l’ortodossia progressista, mentre Meloni ha dimostrato che si può governare senza sottomettersi a essa. Molti altri, dopo averli accusati di estremismo, hanno cominciato a seguirli.

Anche il bilancio internazionale non può essere ridotto agli errori degli ultimi mesi. Senza Trump, Ali Khamenei sarebbe ancora alla guida dell’Iran e Nicolás Maduro deterrebbe ancora il potere in Venezuela. Due regimi apparentemente immobili hanno perso i loro vertici. È un risultato storico, anche se ciò che è venuto dopo si è rivelato molto più difficile di quanto Washington avesse previsto.

L’Iran rappresenta il punto più critico della presidenza Trump. Impedire alla Repubblica islamica di dotarsi dell’arma atomica era necessario. L’eliminazione di Ali Khamenei ha colpito il centro simbolico e politico del regime, ma non ha provocato il collasso del sistema. Il potere si è riorganizzato, i Pasdaran hanno conservato un ruolo determinante e la guerra si è trasformata in un pantano militare, energetico e diplomatico.

L’Iran, tuttavia, non è soltanto un regime. È una grande Nazione, con una storia millenaria, una società complessa e un peso decisivo negli equilibri dell’Asia occidentale. La forza militare può distruggere installazioni e decapitare una struttura di comando, ma non può sostituire una strategia politica.

Adesso serve un progetto per la transizione. Un Iran libero, laico e democratico deve conservare la propria integrità territoriale, evitare la guerra civile e restituire al suo popolo il diritto di scegliere il futuro. In questo processo Reza Pahlavi rappresenta il principale punto di riferimento dell’opposizione nazionale, laica e costituzionale: non come destinatario di un potere assegnato dall’esterno, ma come possibile garante di una fase transitoria che conduca a libere elezioni e permetta agli iraniani di decidere, attraverso un referendum, la futura forma dello Stato. Senza una prospettiva politica credibile, la caduta di un leader rischia di aprire una fase di instabilità persino più pericolosa del regime che si voleva abbattere.

Qui emergono i limiti dell’azione di Trump: la fiducia eccessiva nella forza, la sottovalutazione del dopoguerra e la difficoltà nel trasformare un successo militare in un nuovo equilibrio. Sono limiti reali, che non cancellano però il significato complessivo della sua presidenza.

Trump ha modificato il linguaggio politico dell’Occidente. Ha restituito legittimità a concetti come Nazione, confine, interesse nazionale e sicurezza. Ha costretto l’Europa a confrontarsi con la propria dipendenza militare dagli Stati Uniti, con la perdita di competitività provocata dall’estremismo ambientale, con la subordinazione industriale alla Cina e con il fallimento dell’immigrazione senza regole.

Il suo “America First” non è una dottrina esportabile in modo automatico. Contiene però una lezione valida per tutti: un governo deve rispondere anzitutto ai propri cittadini. L’America difende gli interessi americani. Con Giorgia Meloni a palazzo Chigi l’Italia difende quelli italiani. Le alleanze funzionano quando mettono in relazione Nazioni consapevoli di sé, non quando sanciscono la subordinazione di una all’altra.

È anche il fondamento del rapporto tra Trump e Meloni. Le tensioni sono state reali, ma entrambe le parti stanno lavorando per superarle. I due leader non devono condividere ogni scelta. Li unisce qualcosa di più importante: la convinzione che la Nazione resti il luogo concreto della democrazia.

È questa la sfida lanciata da Trump nella sede dell’Onu. Le organizzazioni internazionali sono necessarie quando favoriscono la cooperazione tra gli Stati. Diventano un problema quando cercano di imporre decisioni che non hanno ricevuto alcun mandato popolare.

L’Europa dovrebbe ascoltare: ha indebolito la propria industria, delegato la propria difesa, tollerato un’immigrazione fuori controllo e trasferito quote crescenti di potere a istituzioni lontane dai cittadini. Mentre il resto del mondo tornava alla politica della potenza, Bruxelles continuava a credere che bastassero norme e procedure.

Il discorso di Trump non risolve queste contraddizioni e non cancella gli errori della sua presidenza. Ricorda però una verità essenziale: senza confini non esistono Nazioni, senza Nazioni non esiste sovranità e senza sovranità la democrazia perde il proprio significato.

Trump lo ha detto nel luogo in cui quelle parole risultano più scomode, motivo per cui era necessario pronunciarle.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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