“I want to be remembered for courage, for my faith”. “Voglio essere ricordato per il mio coraggio, per la mia fede”. Una frase quasi profetica, pronunciata poche settimane prima della morte, che racconta perfettamente chi era Charlie Kirk, un giovane americano con le proprie idee, coerenti ma aperte al dialogo, al confronto. Era il marchio di fabbrica di Charlie, in giro per gli Stati Uniti, nei college, dove incontrava ogni giorno centinaia di studenti con cui discuteva un po’ di tutto. Era un invito a confrontarsi, potessero piacere o meno le sue idee: i famosi “Prove me wrong” (“Dimostrami che ho torto”) rappresentavano una chiara esortazione al dialogo tra un ragazzo forte del suo pensiero e centinaia di altri suoi coetanei.
Oggi ricorre esattamente un anno dall’uccisione di Charlie Kirk. Ultima grande vittima dell’odio politico. Ucciso da un colpo di fucile al collo sparato proprio mentre teneva uno dei “Prove me wrong”, alla Utah Valley University. Un odio politico che sarebbe riduttivo porlo come meramente rivolto alle idee di destra e contro il mondo repubblicano in America. Ma sarebbe altrettanto ingiusto nascondersi dietro un dito e celare quello che emerge dall’uccisione di un giovane conservatore, colpevole soltanto di essere libero e di professare le proprie idee, di aprirsi al dialogo e di invogliare altri ragazzi al dialogo. Inserendosi, tra le altre cose, in un filone di violenza iniziato qualche mese prima, ai danni di Donald Trump: il 13 luglio 2024, durante un comizio elettorale a Butler, in Pennsylvania, un 20enne aprì il fuoco verso il tycoon da un tetto situato a circa 140 metri di distanza. Trump fu colpito di striscio all’orecchio destro L’attentatore fu ucciso, ma perse la vita anche un sostenitore presente al comizio, mentre altre due persone rimasero gravemente ferite. Celebre l’immagine di Trump che, con il volto insanguinato, si rialza e alza il pugno gridando “Fight!”. Appena due mesi dopo ci fu un secondo tentato attentato: a West Palm Beach, in Florida, nei pressi del campo da golf di Trump.
L’esempio di Kirk resta tutt’ora vivo. Vittima di un odio gratuito nei confronti di chi professa libertà. Con la complicità di una demonizzazione rivolta a chi la pensa diversamente. Una demonizzazione che continua tutt’oggi, imperterrita, come se certi esempi siano sempre vani. Una demonizzazione che porta a considerare chi la pensa diversamente come una sorte di mostro. E fa specie che un tale comportamento derivi troppo spesso proprio da quanti si dichiarano difensori del pensiero progressista, quello che ha previsto l’uguaglianza per ogni genere sessuale appena inventato ma, a quanto pare, ha dimenticato cos’è la libertà di pensiero. Una demonizzazione che si fa viva negli allarmi fascisti lanciati un po’ alla rinfusa ogniqualvolta un partito di destra si afferma in un Paese. Come nella Sassonia-Anhalt, dove AfD ha ottenuto il 44% dei voti. Colpa, ovviamente, del suo elettorato, reo probabilmente di sentirsi abbandonato da una classe politica che non lo ascolta più, che non fa più gli interessi del popolo. E così impazzano gli identikit: “Uomini, operai, persone economicamente disagiate e con un’istruzione bassa: ecco chi ha votato AfD”, scrive Repubblica.
Il punto, dunque, è capire a cosa è servita la morte, anzi l’uccisione di un 31enne, padre di famiglia, se ancora oggi, a un anno di distanza da quei tragici momenti in Utah, c’è ancora chi vede come mostri quanti vogliono dire la loro, liberamente, senza sentirsi diversi, figli di un Dio minore, relegati a scarti, a rifiuti della società, pericoli per la democrazia, bigotti. C’è tutto un mondo là fuori, fuori dalle redazioni del mainstream, fuori dai palazzi dell’establishment, che la pensa nel modo più variegato possibile. Ognuno con la propria idea. Ogni testa, un tribunale. Un flusso di idee e di coscienze impossibile da placare, neppure con il piombo dei proiettili. Bisognerebbe, piuttosto, rispettare – per davvero – quella pluralità e dare ascolto al dissenso, senza demonizzarlo. Perché nel martirio di Kirk, è emblematica anche la maglia che indossava il giovane al momento della morte: c’era scritto “Freedom”.



























