Una sinistra disperata scatena gli insulti contro la Meloni, unica opposizione in Italia.

La crisi di consenso e lo smarrimento identitario dell’establishment progressista si comprende persino dalla qualità dei mazzieri che è costretto a mettere in campo per fermare ciò che reputa distonico al proprio “vangelo” recitato.

Una volta contro la destra politica il “braccio” del consociativismo demo-comunista erano le volanti rosse, gli autonomi, i radicali di ogni sorta le cui violenza erano tollerate – per non dire coccolate – dai baroni dell’accademia, dalla stampa ufficiale e anche da chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico.

Oggi, in assenza strutturale di popolo e di un minimo di “classe” (in tutti i sensi), il “ceto medio riflessivo” deve impiegare un oscuro professore universitario per far recitare a qualcuno – allo stesso tempo – la parte del bullo e del novello inquisitore nei confronti dell’unico leader politico che ha “osato” dire no al governo di Mario Draghi.

L’uscita è nota: «M’è preso il mal di miserere quando ho sentito quell’ortolana della Meloni…». Così tal Giovanni Gozzini, fino a ieri sconosciuto professore all’Università di Siena, è intervenuto all’emittente fiorentina Controradio stigmatizzando l’intervento alla Camera del leader di Fratelli d’Italia contro la fiducia al governissimo. «Siamo ancora a questo nazionalismo retorico, demenziale, ignorante – ha continuato riferendosi all’invito politico di Meloni a Draghi di indossare la maglia “italiana” –Questa pesciaiola e mi dispiace offendere questi negozianti. Ma non io posso vedere in Parlamento gente simile. Di un’ignoranza di questo livello, che non ha mai letto un libro in vita sua». Al conduttore che cercava, maldestramente, di mettere una toppa – prendendo le difese sì ma della categoria dei “pesciaioli” –, il docente ha risposto: «Datemi degli altri termini: una rana dalla bocca larga? Una vacca? Una scrofa? Cosa devo dire?».

Pochi secondi ma più che sufficienti per qualificare il livello di sessismo, di classismo, di odio sociale e politico pronunciato col tono sprezzante di quella “casta padrona” che non accetta e nemmeno tollera – in uno stato occidentale – che ci sia stata una voce difforme all’ennesima torsione “tecnocratica” della dinamica democratica. Nemmeno un appunto sull’arbitrio con cui il “sovrano” prolunga lo stato di eccezione (dove sono finiti i critici del modello schmittiano?) né una parola sulla sottrazione sistematica di diritti (fra cui quello al lavoro) che colpiscono le categorie più deboli: ossia proprio le donne e i precari. No, il problema per il professore ed ex assessore del Pd è un intervento politico che lo stesso Mario Draghi ha dimostrato di aver ascoltato con attenzione…

L’uscita di Gozzini non è di certo estemporanea: fa scopa con ciò che è andato in stampa – nel senso proprio de La Stampa – qualche giorno fa. Con un collega che ha pensato di interpretare il «gran rifiuto» della leader di Fratelli d’Italia a Draghi con una serie di allucinanti e confusionarie insinuazioni antropologiche, arrivando a mettere in mezzo – non si sa per quale associazione logica – la figlia di , Ginevra, «prodotta (sic) con la collaborazione del compagno autore Mediaset di quattro anni più giovane e mai sposato».

Di attacchi vergognosi e ignobili la madrina dei conservatori europei ne ha ricevuti parecchi in questi anni (un esempio su tutti, la foto di spalle scattata vigliaccamente di nascosto da Asia Argento), ottenendo sempre scuse molto forzate e nemmeno paragonabili con la sollevazione che avviene quando a essere presa di mira dalla volgarità e dal pregiudizio è una donna impegnata (anche vagamente) a sinistra.

A rendere però particolarmente preoccupante ciò che sta avvenendo nei confronti di  è il climax che monta dai cosiddetti intellò alle prese con una leadership politica che loro, evidentemente, sottovalutavano e di cui non accettano la realtà. Ricordiamo tutti, a proposito, la «regina di coattonia» con cui Francesco Merlo chiamava la “carica” contro l’avanzata di dalle colonne patinate Repubblica: questo proprio nei mesi in cui iniziava a macinare i consensi che oggi l’hanno portato al 17%. E da lì si arriva –attraverso fanta-inchieste, fake news, banalizzazioni – all’«ortolana e pesciaiola» di Gozzini: inevitabile congiunzione sommaria degli ottimati contro un leader popolare che ha con sé, udite udite, un consenso di massa.

E allora, non avendo evidentemente più alcun ascendente né alcun seguito fra le masse, all’establishment liberal non resta che instillare l’odio negli adepti. Il bias di conferma? Lo si trova, infatti, le colonne dei giornali, fra le aule universitarie, nelle “tribù” web. Un’operazione – esattamente come nei peggiori anni ‘70 – “tollerata” ancora una volta dal mainstream (le scuse del direttore de La Stampa, Massimo Giannini, non hanno intaccato il suo sostegno alla “tesi” dell’articolo), coccolata dai cattivi maestri e dai distillatori di patenti di agibilità politica. In attesa – questo è il sottotraccia – che qualcuno magari passi dalle parole e dagli insulti ai fatti: sul modello di ciò che stanno facendo a Torino i centri sociali contro i militanti di .

Certo, nei confronti di non sono mancate – solo dopo le decine di sollecitazioni del gruppo parlamentare della destra e la telefonata del presidente Mattarella al leader di  –, le condanne del ministro dell’Università Messa, del rettore dell’ateneo senese e di qualche onesto esponente del Pd. Ma l’umore che sta montando contro l’opposizione e il suo popolo – un odio dal sapore quasi “etnico” – è tale che non può essere sottovalutato.

In Aula Meloni stessa lo ha ricordato: «Presidente Draghi, senza la nostra opposizione il suo governo sarebbe stato più vicino al modello nord-coreano che all’Occidente». Beh, a più di qualcuno – evidentemente – l’idea non dispiace per nulla. E non ha alcun freno inibitorio nel farlo capire: a microfoni aperti…

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