Chiedete scusa ai Carabinieri: non è il taser che uccide, è la droga

Prima Olbia, ora Genova. Due casi distinti, due autopsie che parlano chiaro: a uccidere non è stato il taser dei Carabinieri, ma l’abuso di sostanze stupefacenti. Eppure, la sinistra e i suoi corifei mediatici hanno già trovato il colpevole: le Forze dell’Ordine.

A Olbia, un 57enne è deceduto per un infarto provocato dall’assunzione di droga: la consulenza tecnica dei pm lo ha stabilito in maniera inequivocabile. A Genova, stesso copione: l’uomo morto dopo un intervento dei Carabinieri aveva nel sangue quantità letali di cocaina. Altro che taser.

Il meccanismo è sempre lo stesso: criminali con precedenti trasformati in vittime angelicate, Forze dell’Ordine ridotte a capri espiatori. È un copione che conosciamo bene, già visto a Minneapolis nel 2020, quando George Floyd fu trasformato in martire planetario mentre le analisi post-mortem attestavano la presenza di dosi mortali di fentanyl. Ma quei dati vennero messi sotto il tappeto per alimentare l’odio contro la polizia e l’ideologia woke degli inginocchiamenti e del “defund the police”.

In Italia stiamo importando lo stesso veleno. Non è un caso che a Bologna la giunta Lepore sia arrivata a distribuire pipe per il crack, esempio plastico del mondo alla rovescia della sinistra: chi difende la legge viene processato, chi difende la droga viene applaudito nei salotti progressisti.

Il risultato? Forze dell’Ordine perennemente messe alla graticola da sinistra e media mainstream che, al tempo stesso, dipingono come eroe chi delinque e fa uso di sostanze stupefacenti. È un ribaltamento della realtà che non solo insulta chi ogni giorno indossa una divisa, ma mina le fondamenta stesse dello Stato, fuorviando milioni di giovani.

È tempo di mettere un punto fermo. Le Forze dell’Ordine non sono il nemico: sono il baluardo della nostra sicurezza, il presidio della legalità. Vanno rafforzate con più formazione, più strumenti e stipendi migliori. Continuare a demonizzarle significa fare un favore al crimine, disarmare lo Stato e incoraggiare chi vive nell’illegalità.

La verità, non la propaganda, deve guidare il giudizio. A Olbia come a Genova, a Minneapolis come in ogni Nazione libera; perché una cosa è difendere la legalità, un’altra è inginocchiarsi alla menzogna.

E qui non esistono zone grigie: o si sta con le Forze dell’Ordine, o si sta con chi difende droga e criminali.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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