Sotterriamo il woke. Come ha fatto Trump

Siamo nel 2025, in un’Italia in cui una battuta può trasformarsi in un caso nazionale. L’episodio di Marzia Sardo lo dimostra: ventitré anni, siciliana, ha denunciato come “molestia” una frase di un tecnico durante una TAC al Policlinico Umberto I di Roma. Alla sua domanda sul reggiseno con ferretto, lui ha risposto: «Se lo togli ci fai felici tutti». Una battuta, niente di più. Nessun contatto, nessun comportamento aggressivo.

Eppure, quel tecnico oggi è sotto indagine e travolto dalla gogna social. Questo perché la Sardo ha trasformato un episodio banale in uno spettacolo su TikTok, presentandosi come vittima per guadagnare visibilità. L’ipocrisia è evidente: i suoi profili sono pieni di foto ammiccanti e doppi sensi, ma quando la battuta arriva da altri diventa scandalo.

I commenti al suo video parlano chiaro: la maggioranza non la difende, ma ne critica l’incoerenza. Nonostante questo, i media mainstream hanno scelto di presentarla come un’eroina, confermando il meccanismo tipico del wokismo: trasformare un nonnulla in “questione di Stato” e colpire persone comuni.

Lo stesso schema si è visto alle Olimpiadi di Parigi 2024 con Imane Khelif. Pugile algerino, cromosomi XY e testosterone oltre i limiti, ha combattuto tra le donne, vinto l’oro e costretto la nostra Angela Carini al ritiro dopo 46 secondi. Una scelta del CIO fatta in nome della fantomatica inclusività wokista, che ha consentito a un uomo di competere con donne e metterne a rischio la salute. Oggi, introdotti test più rigorosi, Khelif si è ritirato in silenzio. Ma intanto Carini è stata accusata di razzismo e omofobia da una parte della sinistra per aver protestato.

È lo stesso meccanismo degenerato del MeToo: da battaglia contro abusi veri, si è trasformato in un tribunale mediatico che ha distrutto carriere senza prove. Kevin Spacey è l’esempio più eclatante: assolto, ma letteralmente cancellato da Hollywood.

Il filo rosso è chiaro: la cultura woke trasforma battute, differenze biologiche o accuse non provate in scandali da prima pagina. Così facendo, le vere vittime diventano altre: il tecnico dell’Umberto I, Angela Carini, artisti come Spacey.

E la deriva non si ferma: anche una semplice pubblicità può diventare bersaglio. È successo a Sydney Sweeney, giovane attrice americana, finita sotto attacco per uno spot di jeans American Eagle che giocava sul doppio senso “jeans/genes”. Per i progressisti era propaganda razzista ed eugenetica, solo perché la protagonista era una donna bianca e bella, invece Trump l’ha difesa pubblicamente. Risultato: Sweeney, è diventata un simbolo della reazione al politicamente corretto che pretende di censurare perfino la normalità.

Serve realismo, non ideologia. Negli Stati Uniti, grazie al ritorno di Trump alla Casa Bianca, la linea è già tracciata: difendere tradizione, storia, libertà di espressione e normalità contro eccessi che non hanno nulla a che fare con i “diritti”. Ora tocca all’Europa disintossicarsi. In fondo, non servono giri di parole: Trump il woke lo ha già sotterrato. È ora che lo facciamo anche noi. Il woke è morto.

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Alessandro Nardone
Alessandro Nardone
Consulente in comunicazione strategica, esperto di branding politico e posizionamento internazionale, è autore di 12 libri. Inviato in tutte le campagne elettorali USA dopo aver fatto il giro del mondo come Alex Anderson, il candidato fake alle presidenziali americane del 2016.

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