1 maggio. Odiate e maltrattate, le Partite non hanno nulla da festeggiare.

Se esiste un Primo maggio “di Stato” con un confine così netto, tale da divaricare come mai prima nella storia repubblicana i lavoratori in due classi distinte e separate, questo è proprio quello di quest’anno.

E pensare che, fino a qualche decennio fa, la divisione “di classe” – il cui dispositivo era, significativamente, «l’odio» – rappresentava l’obiettivo strategico di quell’utopia massificante chiamata comunismo rivoluzionario: l’anti-stato per eccellenza.

Il meccanismo, l’egemonia gramsciana fuori tempo massimo, si è evidentemente perfezionato. Con esiti assai pericolosi a tal punto che, in uno Stato liberale, è l’istituzione stessa oggi ad aver lacerato ed esasperato i rapporti sociali fra governo e lavoratori. A tal punto da far pensare che la crisi del Covid sia stata – in fondo – un “deus ex machina” che ha innescato gli effetti di una volontà “igienizzante” contro il lavoratore indipendente, non inquadrato nelle “piattaforme” del nuovo paradigma liberal, covata a lungo.

Attenzione: la polemica, qui, non matura fra lavoratori “garantiti” – con contratti statali o parastatali – e “non garantiti”. Ma solo dai partiti di centrosinistra e qualunquisti al governo (Pd e 5 Stelle) nei confronti di tutto il ceto autonomo. La prova di questo atteggiamento è stata fornita abbondantemente durante questo drammatico aprile: davanti al muro di gomma del governo nei confronti dell’incomprensibile lockdown condito dalla beffa delle finte riaperture. Indicativo del sentimento che cova negli ambienti del Pd e dei pentastellati nei confronti dell’Italia delle botteghe e dell’impresa è il trattamento che hanno “goduto” i lavoratori non sindacalizzati nei giorni caldi della protesta. A tutti costoro che non chiedono di aggrapparsi alla mammella di Stato del reddito di cittadinanza, che non hanno il potere di interdizione dei sindacati della “triplice” ma che auspicano solo di poter tornare a lavorare come sempre (tutto ciò dopo aver eseguito, a proprie spese, gli stringenti protocolli anti-Covid prescritti dal governo) la risposta degli affossatori (garantiti) dei diritti “altrui” è stata forte e chiara: «Evasori», «untori», «no mask».

Così, dai rispettivi loft, il “partito Ztl” – il pianeta parallelo su cui vivono politici, intellò e artisti col cuore a sinistra – ha individuato nei ristoratori i nuovi nemici di classe. Negli ambulanti i padroncini da collettivizzare. Nelle partite gli odiati kulaki del Terzo millennio. Così ostinati, tutti costoro, a voler proteggere i loro «lavoretti», come li ha definiti Nicola Zingaretti con una gaffe rivelatrice più che mai del disprezzo e della non curanza che vige a sinistra nei confronti di questo enorme bacino economico.

Ma a fare peggio dei politici sono stati i “cantori”. Dalla sua “Amaca”, qualche settimana fa, ha aperto le macabre danze Michele Serra: «Pretendere che tutto quello che è stato perduto a causa della pandemia ora piova dal cielo, è abbastanza protervo e parimenti sciocco: la sfiga esiste». Con quest’uscita, dalle colonne di Repubblica, il guru radical-chic per eccellenza ha mixato l’epopea delle guerre e delle catastrofi naturali con i decreti di Conte e Draghi. Con una “piccola” differenza: la «sfiga» stavolta non ha contagiato tutti. A partire da chi può permettersi di vergare cose così da una sdraio.

La tesi dei ristoratori evasori “fino a prova contraria” è di casa a Repubblica. Claudio Tito, che del quotidiano romano è colonna politica, è stato tranchant: «Molti di quelli che si lamentano appartengono alla categoria di quelli che in passato hanno più evaso le tasse». Come a dire: ben gli sta adesso un po’ di carestia di Stato.

Dove c’è il popolo, ormai da un pezzo, latita il generone di sinistra. E così su l’Espresso troviamo il conduttore Luca Bottura – convinto davvero che i ristori dall’1,7% al 5% del fatturato del 2019 abbiano rappresentato il fantomatico “bazooka” – liquidare chi è sceso in piazza come figuranti, «ristor-attori e bancarellari».

Selvaggia Lucarelli, da parte sua, moraleggiando quasi quasi ha attribuito ai ristoratori le responsabilità del disastro causato dal mancato piano anti-pandemico: «Con 400 morti in media al giorno pensiamo a riaprire buona parte delle attività (…) Facciamo che ci diciamo le cose come stanno, senza più ipocrisie: un anno fa la vita degli anziani aveva un valore. Oggi ha un prezzo».

Ma la prova del nove è stata la risposta lunare di Sabina Guzzanti a un utente su Twitter: «Qualcuno mi spiega come mai, nell’immaginario piddino medio, esercenti e artigiani sono evasori, mentre gli artisti meritano rispetto?», ha commentato il primo. La “spiegazione” dell’attrice? «Immagino dipenda dal fatto che buona parte dei commercianti possiede appartamenti, macchinone e a volte barche. Mentre la maggior parte degli artisti vive con lo stretto necessario». Ed ecco il “tic” luogocomunista dell’invidia sociale, condito dall’immancabile doppia morale: dato che trattasi della stessa Guzzanti che anni fa finiva fra i vip truffati dal “Madoff dei Parioli” (quota “proletaria” la sua: 150mila euro).

La ciliegina sulla torta l’ha fornita, infine, Corradino Mineo. I lavoratori autonomi? Evasori e berlusconiani. Per il giornalista ed ex senatore del Pd «chi non ha evaso il fisco e mostrato qualche capacità manageriale» va aiutato «a fare impresa» (ossia a chiudere baracca e cambiare : non si sa bene né come né perché). E gli altri? Tutti sussidiati «perché si cerchino un dipendente, una vita dignitosa da proletario». Devono pagare tanto, fa capire Mineo nello sproloquio, perciò che «hanno inseguito. L’illusione berlusconiana del “tutti imprenditori”, senza regole né tasse».

Insomma, il destino di tanti ristoratori – tacciati di essere nient’altro che dei ladruncoli – deve essere quello di accettare la chiusura per decreto come un esproprio liberatorio con cui espiare i propri “peccati” da yuppie all’italiana. E con questa carrellata di «neo-conflitto di classe» dal pianeta Ztl – quello dove lo stipendio e le rendite di posizioni non hanno conosciuto “lockdown” – è davvero tutto…

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Adele

Il paragone con “gli odiati kulaki” non potrebbe essere più esatto, dal momento che chi ha usato politicamente questa pandemia (e tralasciamo tanti altri gravissimi aspetti, errori e colpe di questa tragedia) lo ha candidamente rivendicato: “pandemia momento unico per ricostruire un’egemonia culturale della sinistra“. Non sono altri a dirlo.

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