San Giuseppe e l’Occidente. Nel nuovo “scontro tra civiltà”, solo un padre ci può salvare

A proposito di Dostoevskij. Quest’oggi è San Giuseppe, la festa del papà. Anzi, del padre. E non solo per la Chiesa. Nel suo ultimo romanzo, I Fratelli Karamazov, lo scrittore russo ha un pallino: il parricidio. Alla questione Sigmund Freud dedica il suo famoso saggio Dostoevskij e il parricidio, presente come nota introduttiva in molte edizioni del grande capolavoro letterario.

E se di questi tempi Dostoevskij è umiliato e offeso dalla furia omicida e mitomane dell’inquilino del Cremlino, anche san Giuseppe, nel mondo libero, non gode del suo miglior momento.

Tra Me Too, dittatura gender ed estinzionismi vari, il Falegname di Betlemme è il grande  assente nel discorso culturale occidentale. Da ormai più di un secolo si parla di tramonto, crisi, decadenza del Vecchio Mondo, che da Cristoforo Colombo in poi non riguarda più soltanto le antiche civiltà del Mediterraneo, ma anche l’altro lato dell’oceano Atlantico.

Gentiluomo discreto, santo ed “eroico”, Giuseppe ha sposato Maria ed è stato il padre storico di Gesù Cristo, il Messia atteso dai Profeti, il “Figlio di Dio”, l'”unigenito” e “il “prediletto”, secondo i Vangeli.

Ora, se Putin ha invaso l’Ucraina e i terroristi islamici insanguinano mezzo mondo, se i cinesi hanno comprato noi e il pianeta intero, e le demografie africana e asiatica sfondano le nostre frontiere, il mondo libero arretra anche per causa propria.

“Vuoto di senso crolla l’Occidente e dall’Oriente orde di fanatici”. Franco Battiato aveva previsto tutto. Perché? San Giuseppe ci ricorda che una causa, tra le altre, è forse la più importante: la crisi della figura paterna, l’uccisione simbolica del padre, il parricidio appunto.

La tragedia greca e la cultura classica avevano affrontato per primi il problema. A sua insaputa, Edipo uccide il padre e sposa la madre. Sofocle, riletto da Jacques Lacan, vede nel padre il “nemico” dell’infanzia dell’umanità, l’ostacolo che si frappone nella relazione tra madre e figlio e che impedisce al bambino di impossessarsi della madre, l’”Altro”, per ridurla a oggetto del proprio piacere. Il padre rappresenta il momento necessario per accedere alla socialità, il superamento della condizione infantile di dipendenza dal godimento, attraverso una “castrazione simbolica” mediata dal linguaggio. Questo passaggio, indispensabile per la crescita psicologica del bambino, avviene con l’introduzione nella sua vita di una “Legge” che limita il suo istinto ma gli consente di fondare il legame sociale e stabilire una sana relazione con sé e con gli altri.

Il padre è quel “programma normativo del principio di realtà” che impedisce al “desiderio” del bambino di autodistruggersi nel “godimento illimitato” dell’oggetto, nel “narcisismo” che soffoca la differenza tra soggetto e oggetto e porta alla distruzione di ogni relazione, con la madre, ma anche con il resto del mondo, la società civile, la politica e la cultura.

È un po’ quello che è accaduto all’Occidente con il ’68 e la rivolta contro il principio di autorità, con il femminismo radicale e la “cancel culture” che con i monumenti hanno abbattuto la figura paterna, anche per via legislativa e giudiziaria. E dalla castrazione simbolica si è arrivati alla castrazione reale, con il trionfo di una “etica dei diritti” in cui tutto è possibile, dal “same sex marriage” alla maternità surrogata. “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Per tornare ai Karamazov di Dostoevskij.

Non sappiamo se l’Occidente sia crollato del tutto. Di sicuro sappiamo che la mutazione antropologica che nel Vecchio Mondo ha portato al tramonto del padre ha contribuito a generare i mostri del nostro tempo, a subire terrorismo, violenze e “crimini di guerra” ma anche a vivere una “disumanizzazione” sempre più profonda, figlia della “pace” e del benessere.

In Occidente, le derive narcisistiche, la confusione tra generazioni, la “regressio ad puerum” e l’incapacità di responsabilità del mondo adulto hanno assunto risvolti culturali al limite del ridicolo. Se il mondo libero avrà ancora un futuro, saprà generare i suoi figli e accompagnarli attraverso la porta d’accesso al mondo reale, dipenderà da quanto gli uomini torneranno a essere padri, da quanto la cultura saprà restituire alla figura paterna quella indispensabile funzione simbolica che in San Giuseppe trova il suo modello spirituale più alto. Ormai solo un padre ci può salvare.

4 Commenti

  1. Ho 80 anni e ricordo bene come il comunismo in Italia onde staccare i giovani dalla chiesa abbia fatto leva fra l’altro sull’amore libero ed il divertimento sfrenato contro l’istituzione e l’autorità della famiglia. Berlinguer aveva capito benissimo che staccare le future generazioni dalla Chiesa e superare il concetto di famiglia il suo partito avrebbe dilagato. E fu proprio a metà degli anni 70 che il PCI raggiunse il suo massimo storico. Ed è grazie a tanti voltagabbana democristiani che dobbiamo ancora vedere la nostra società disgregarsi.

  2. Ottimo articolo, di spessore. Se non si rielabora e diffonde, di corsa, una sana cultura di destra, con cui formare quadri di partito, militanti e popolo italiano, ogni ipotetica vittoria fondata su sondaggi o ance su voti reali, sarà effimera. Siamo in ritardo di decenni; almeno.

  3. È sempre la fede che ci consente di rimarcare le sozzure della distruzione rossa e che ci riporta alla innegabile realtà dei fatti: abbandonare gli insegnamenti della fede porta solo all’annientamento dell’uomo e all’abbandono della sua umanità per diventare non solo bestia, ma bestia rossa !!!

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