20 anni dopo l’11 settembre: l’Occidente ha perso la sfida culturale

È prematuro formulare un giudizio definitivo sull’impatto che gli attentati terroristici islamici  dell’11 settembre 2001 hanno avuto sugli equilibri globali. Tuttavia, a vent’anni da quei fatti, è possibile trarre un bilancio provvisorio sulla traiettoria presa dalla storia. Soprattutto quella occidentale.

L’esperienza USA in Afghanistan finisce quasi esattamente come era iniziata vent’anni fa: con un attacco terroristico e molti morti, anche se i numeri non reggono il paragone con l’11 settembre.

Vent’anni fa qualcuno si accontentò di vedere le barbe tagliate a Kabul e le donne che tornavano dal parrucchiere. Ma le barbe ricrescono e il burqa si rimette. Così gli attuali vincitori pregano Allah quanto gli attuali sconfitti.

Attraversare l’Europa vent’anni dopo, in Europa, vuol dire assistere alla sconfitta non solo militare e geopolitica, ma culturale dell’Occidente.

E significa quindi non trovare anormale, o sconveniente, riconoscere donne velate e in burqa, uomini in kufi e barbe lunghe islamicamente corrette.

Le strade occidentali si sono colorate di alimentari halal, insegne in arabo e negozi di abbigliamento islamici. Nello spazio di due decadi i vicini di casa a Parigi, Londra, Milano, Birmingham, Stoccolma hanno un’altra targhetta fuori la porta. Nella nuova Europa cresce una popolazione musulmana che non è più minoranza ovunque e la demografia cambia a favore di essa.

Che cosa è andato storto, vent’anni dopo?

In realtà è andato tutto secondo i piani in accordi e progetti iniziati ben prima di vent’anni fa: lo scontro di civiltà imposto dalla sfida islamista, per ora, è perso. E ha radici antecedenti l’11 settembre.

Quando gli Stati Uniti incontrano con una violenza per la prima volta senza precedenti l’islam, la paura del terrorismo e tutte le necessarie precauzioni erano ancora sconosciute al Nuovo Mondo. Persino quelle abitualmente adottate nel Vecchio Continente dopo le ondate di attentati e morti ad opera di terroristi palestinesi degli anni ’60 e ’90 erano una novità. La libertà di parola era rispettata ed essere sionisti o opporsi alla shari’a non era considerato un gradissimo peccato intellettuale come in Europa. La Fallaci era in “esilio” a New York per la libertà di cui poteva godere. Osservando quello stile di vita privo di preoccupazioni, ci si chiedeva, però, quanto sarebbe durato.

Il 31 gennaio 2001, otto mesi prima il maledetto 11 settembre, con la recrudescenza del terrorismo palestinese, il commissario europeo per gli Affari Esteri, Chris Patten, al Parlamento Europeo dichiarava che la politica estera della Ue doveva prestare particolare attenzione al suo “lato meridionale”: cioè ai paesi arabi, nel gergo della Ue. Era il momento in cui i sentimenti filo palestinesi e la diffusa israelofobia dei media, delle università e della politica, iniziava a raggiungere l’acme di armonia con il mondo arabo islamico.

Il Dialogo Euro-Arabo, avvolto nella bandiera palestinese, iniziava a trasformare l’Europa in un nuovo continente della dhimmitudine come parte di una strategia globale. E di cui piano piano anche gli Usa divennero complici di con mezzi “pacifici”.

Fu il Dialogo tra i popoli e le culture nello spazio euro-mediterraneo presieduto da Romano Prodi, nel 2003, a diventare la pietra miliare della politica europea interna ed esterna con il mondo islamico.

In un processo iniziato ben prima dell’11 settembre, l’Europa degli anni duemila inizia a diventare una civiltà di transizione tra un cultura giudeo-cristiana e una islamico-cristiana che si avvia verso l’islamizzazione: l’Eurabia. Trasformazioni che sono il risultato di decisioni prese dagli stessi europei, leader, intellettuali, centri di potere.

Ed eccoci al jihad concepito come guerra di liberazione e ad una cultura eurabica totalitaria e violenta, eppure esaltata. Eccoci alle norme della shari’a, che vietano di criticare le leggi, la religione e la islamica e in Eurabia puntualmente rispettate.

L’Europa amica dell’islam non parla di genocidio armeno ed è chiusa nel silenzio stampa quando c’è da fare riferimento alla schiavitù moderna in Sudan, Penisola Arabica, Pakistan. Odia una certa America e Israele, perché gli islamici li considerano nemici. Persino in campo teologico la situazione è seria. L’islam sostiene di essere precedente, la fonte, di cristianesimo e giudaismo. La verità della Bibbia è nel Corano, dicono. Intanto Tariq Ramadan, eminenza grigia dei salotti bene per decenni – oggi costretto al silenzio dopo lo scandalo sessuale che l’ha coinvolto in prima persona – dichiarava, anche in Italia, che la civiltà giudaico-cristiana dell’Europa e le sue radici sono la più grande menzogna. Motivo per cui da vent’anni c’è la corsa a sbianchettare o omettere ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane. Vedi la Costituzione europea.

La negazione dell’identità europea ed occidentale tutta non è mai stato un dettaglio: se c’è uno spazio bianco, l’identità può essere anche islamica, ed è allora facile legittimare la costruzione di moschee, madrase e una cultura legata alla shari’a.

Ecco che l’11 settembre scuote, ma fino ad un certo punto. Il sentimento filo islamico si era già infiltrato e ha continuato a farlo senza riuscire ad apparire sconveniente. Al punto che la famosa lezione di Ratisbona di Benedetto XVI viene accolta con rabbia e risentimento: il processo di islamizzazione era già a buon punto.

I segni della sottomissione all’islam sono non solo nell’aver cancellato la storia, ma nell’auto-accusarsi. Processo che continua inesorabile attraverso l’immigrazione, il controllo delle università, delle scuole, dei media e della politica, della storia.

Il mito della superiorità della civiltà arabo-musulmana e quello parallelo di Al-Andalus, carissimo agli islamisti irredentisti e ai sostenitori del “dialogo tra civiltà”, è stato inventato da ricercatori e polemisti anticlericali – soprattutto da enciclopedisti – e reso popolare dagli intellettuali tedeschi neopagani  provenienti dai centri di ricerca del III Reich. Volevano presentare l’islam come realtà illuminata e positiva. Allo scopo di allearsi alle forze islamico-nazionaliste arabe contro gli ebrei sionisti e di combattere il cristianesimo. Non si può dimenticare il contributo dato da Sigrid Hunke (1913-1999), ricercatrice che dedicò tutta la sua vita alla promozione del mito della “superiorità intellettuale” della civiltà arabo-islamica e del conseguente “debito europeo” nei confronti di quest’ultima. La notevole influenza di queste teorie in Europa è nota. Un po’ meno il fatto che le ricerche furono finanziate dall’Ahnenerbe – l’associazione nata nel 1935  votata alle ricerche riguardanti la storia antropologica e culturale della razza ariana. Teorie sempre risparmiate dalla sinistra dopo la guerra per via della posizione filo-palestinese e antioccidentale – e che contribuirono ad ancorare nelle coscienze occidentali il mito della superiorità della civiltà arabo-musulmana rispetto all’Occidente giudeocristiano. E così quello della “scienza araba” è finito presto nei manuali delle elementari delle nuove generazioni.

Oggi s’è strutturata una rete di associazioni che organizza e coordina una stretta cooperazione euroaraba. Al centro non ci sono solo accordi, ma un progetto politico per una simbiosi demografica e politica tra Europa e mondo islamico. Immigrazione, multiculturalismo, multilateralismo e soft diplomazia collaborano a questa simbiosi.

E nel frattempo in Francia, ormai, è impossibile affrontare interi capitoli di storia che coinvolgano ebrei, cristiani e donne senza che un professore finisca minacciato o decapitato dall’enorme percentuale di studenti musulmani. Come denuncia anche il rapporto Obin del 2004 realizzato per il ministro della Pubblica Istruzione.

Il velo islamico è diventato un business tutto europeo. E mentre  in Marocco o in Tunisia non lo si indossa più, da noi non solo è vendutissimo, ma considerato uno strumento di libertà o alla meglio un simbolo religioso. Sebbene altro non sia, come chiariscono i giuristi islamici, il confine tra il mondo musulmano e quello non musulmano: la bandiera dell’islamismo.

Dopo la stagione europea del terrorismo palestinese, l’11 settembre del 2001 apre quella del terrorismo islamico.  Solo in Europa ci sono stati circa quaranta attentati islamici. Oltre settecento morti e millenovecentottantasei feriti in nome di Allah. Nelle grandi occasioni e in prossimità delle festività della cristianità basta guardare le nostre strade e che tipo di precauzioni adottiamo per vedere che siamo in guerra. Ma il nemico non si osa mai nominarlo.

Dopo vent’anni che cosa è andato storto? La rimozione del cristianesimo ha lasciato un vuoto morale, intellettuale, politico, fattuale.

Dopo due decenni da un evento talmente impresso nella coscienza occidentale che lo ricordiamo con una data e basta, non ci si interroga più né sulle conseguenze né sul perché. E l’islamizzazione non stupisce più.

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