Amare la Patria più di se stessi. La lezione immortale di Enrico Mattei

«Amo la Patria mia più che l’anima» scrisse Machiavelli. Difficile trovare un personaggio capace di incarnare questa frase più di Enrico Mattei. Il recente discorso del presidente ha riportato al centro della scena la figura del geniale imprenditore e capitano d’industria, simbolo degli anni del miracolo economico. Questo nome riporta alla mente in particolare i temi della dignità e della sovranità italiana, in campo energetico in primis, sempre più importanti nella tempesta dei rincari, delle difficoltà dettate dal conflitto ucraino e dall’arena globale in cui ogni potenza usa armi commerciali per indebolire le nazioni concorrenti.

Partigiano bianco e protagonista della Resistenza, Mattei salì agli onori delle cronache nell’immediato dopoguerra, quando con coraggio e lungimiranza si oppose alla liquidazione dell’Agip, l’ente costituito nel 1926 per la ricerca degli idrocarburi in Italia e all’estero, ponendo le basi per la grande avventura dell’Eni (che nacque nel 1953). Con un schiaffo in faccia a potenze estere e ai tecnici/politici liberali, che consideravano l’Agip obsoleta eredità del regime e «inutile carrozzone di Stato», Mattei metanizzò l’Italia divenendo un manager pubblico influente e spregiudicato, ago della bilancia dell’economia e finanche della politica estera tricolore. Finanziava e usava i partiti come “taxi”, come ebbe a dire lui stesso, in un percorso di crescita del suo Ente cinico ma sempre legato a doppio filo all’interesse nazionale.

La sua azione non aveva pregiudizi, ma mirava esclusivamente al bene della nazione: l’industriale riprese per certi versi l’innovativo approccio verso i paesi produttori di idrocarburi del regime precedente (le linee guida 1928-1932 del presidente Alfredo Giarratana in particolare), avvalendosi di tecnici ed esperti cresciuti nel ventennio, come Carlo Zanmatti che fu uno dei suoi più stretti collaboratori, insieme a Irnerio Bertuzzi, aviatore della Rsi e poi pilota personale del presidente Eni, con cui morì in quel maledetto giorno di 60 anni fa.

L’Eni arrivò ovunque mettendo i bastoni tra le ruote alle grandi compagnie petrolifere dell’epoca e agli equilibri internazionali. La sua azione faceva dell’Italia un vero e proprio modello sociale per gli altri popoli, nonché una protagonista di prima grandezza per tutti gli anni ’50. Per capire i contorni della sua stagione, si può dare spazio a una lunga citazione di Nico Perrone e Bruno Amoroso, tratta dal volume Capitalismo predatore:

«Tra le iniziative di Enrico Mattei che irritarono gli amici occidentali ci fu la firma a Teheran nel marzo del 1957 di un accordo che assegnava all’Iran il 75 per cento degli utili sullo sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi, rompendo la regola del massimo del 50 per cento allora in vigore,  imposta dai paesi colonialisti ed ex. Accordi analoghi furono fatti con l’Egitto (1957) e il Marocco (1958) mentre tentativi analoghi con  la Libia e l’Iraq furono fatti fallire da interventi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Le novità introdotte da Mattei non riguardavano solo l’interventismo dell’Eni in questi paesi, ma anche le forme della cooperazione che rompevano vecchi schemi propri del colonialismo. La cooperazione mirava a valorizzare le risorse dei paesi produttori mediante una collaborazione alla pari nelle società di sfruttamento petrolifero, rendendoli in tal modo partecipi alla determinazione dei volumi di produzione e dei prezzi. L’Eni anticipava gli investimenti necessari alle ricerche e se queste avessero avuto esito positivo il paese detentore del pozzo avrebbe rilevato – al valore nominale – le azioni dell’impresa, fino a ripianare la metà degli investimenti effettuati, diventando in tal modo associato pariteticamente con la società italiana nello sfruttamento dei giacimenti. L’Eni si collocò inoltre alla testa della gestione delle grandi reti di distribuzione di carburante in Europa. Queste politiche e scelte imprenditoriali hanno fatto dell’Eni una delle prime dieci società petrolifere mondiali e portato l’Italia in una situazione di autonomia e vantaggio energetico rispetto agli alti paesi europei. Ma, nel contempo, ruppero il cartello petrolifero controllato dalle “Sette Sorelle” e dagli Stati Uniti. Questo cambiò il quadro mondiale dei rapporti tra paesi produttori e Occidente e la rabbia di chi aveva perso il monopolio fu molta. Le critiche e le minacce si appuntarono ovviamente sugli aspetti politici della vicenda e sul legame che l’Italia aveva stretto con i paesi arabi, e questo fu sufficiente perché Enrico Mattei e l’Italia divenissero oggetto di “attenzione” del dipartimento di Stato americano. In conclusione, quello sviluppato da Mattei non fu un normale rapporto d’affari delle società petrolifere dello Stato italiano con paesi stranieri, ma significò invece l’apertura della nostra politica estera verso orizzonti allora preclusi».

La folgorante ascesa dell’Italia e dell’ Eni si arrestò nell’ottobre del ‘62 con la morte del manager in un incidente aereo dai risvolti oscuri. Fanfani parlò  di «abbattimento» del velivolo, mentre la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia ha in seguito accertato che si verificò «una limitata esplosione a bordo». Mattei verrà sostituito da una figura molto meno dirompente come Eugenio Cefis, e l’Eni perse larga parte del suo slancio. Ma ancora oggi, questo Ente è un colosso mondiale e un pilastro dell’economia italiana, attivo negli scenari internazionali a cominciare dal Mediterraneo. L’insegnamento di Mattei ci porta ancora qui: stretto tra difficoltà economiche e condizionamenti geopolitici, il governo dovrà tentare di ricostruire la nostra proiezione in quell’area vitale, dopo anni di timidezza e inadeguatezza (basti pensare a Di Maio). Ancora di più: sarà vitale recuperare l’idea della lotta al complesso di inferiorità che molto spesso affligge il nostro popolo, rilanciato da stampa e mondo della cultura a ogni occasione. In un suo celebre discorso, Mattei disse: «Quando ci siamo messi al siamo stati derisi, perché dicevano che noi italiani non avevamo né le capacità né le qualità per conseguire il successo. Eravamo quasi disposti a crederlo perché, da ragazzi, ci avevano insegnato queste cose. Io proprio vorrei che gli uomini responsabili della cultura e dell’insegnamento ricordassero che noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato. Ma per fare questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi. E noi ci mettemmo con tanto impegno, e abbiamo creato scuole aziendali per ingegneri, per specialisti, per operai, per tutti e dappertutto. Con questo sforzo continuo ci siamo formati i nostri quadri. Oggi abbiamo, solo nel gruppo Eni, circa 1300 ingegneri, 3000 tra periti industriali e geometri, 300 geologi, 2000 dottori in chimica, in economia e in legge, migliaia e migliaia di specialisti. Conosciamo i problemi, li sappiamo discutere e riusciamo a vedere che niente va bene, niente di tutto quello che ci hanno insegnato sulle nostre inferiorità».

Mattei, come alcuni grandi suoi contemporanei che portarono l’Italia ai vertici dell’elettronica (Olivetti), della medicina (Marotta) e del nucleare (Ippolito), dimostra la bellezza e la grandezza di uno spirito che dobbiamo provare ad attualizzare, se non vogliamo uscire dalla storia

Francesco Carlesi
Francesco Carlesi
Presidente dell'Istituto "Stato e Partecipazione".

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