A 35 anni da Piazza Tienanmen la Cina non è cambiata. Forse è peggiorata

Il tempo trascorre rapidamente e a volte si ha la percezione che la velocità sia eccessiva, ma ci sono momenti, sia belli che drammatici, caratterizzanti le vicende umane di ognuno di noi come la Storia del mondo, che nemmeno il correre frenetico della vita terrena può annullare nella nostra memoria. Uno di questi, è senza dubbio la sanguinosa repressione attuata dal regime comunista cinese in Piazza Tienanmen, nel cuore di Pechino, della quale l'altro ieri ricorreva il 35esimo anniversario, ricordato da tutto il pianeta con la sola eccezione, guarda un po', dei vertici del Dragone.

Il 4 giugno 1989 la dittatura del PCC, (Partito Comunista Cinese), allora guidata dal presidente Deng Xiaoping, decise di interrompere con inaudita brutalità le proteste popolari, del tutto pacifiche, che duravano dal 15 aprile dello stesso anno, nella celebre piazza della capitale e in molte altre città della Repubblica popolare. Intervenne l'esercito che, con fucili d'assalto e carri armati, aprì il fuoco sui dimostranti, uccidendone a migliaia, anche se il numero preciso delle vittime non è mai stato fornito da Pechino. È rimasto nella Storia il “Rivoltoso Sconosciuto”, uno studente che, completamente solo e disarmato, si mise davanti ai carri armati per impedirne l'avanzata. Non si è più saputo nulla di questa persona e alcune fonti hanno spiegato di ritenere che il ragazzo coraggioso sia stato giustiziato poche settimane dopo il massacro di Piazza Tienanmen, mentre altri analisti hanno riferito di un espatrio a Taiwan.

Quegli studenti, intellettuali ed operai si mossero contro l'oppressione comunista e per chiedere riforme politiche dopo decenni di dittatura, in contemporanea con i popoli europei del Patto di Varsavia e i cittadini dell'allora Unione Sovietica. Di lì a poco, infatti, sarebbe crollato il comunismo in tutta l'Europa orientale, si sarebbe dissolta l'URSS e il Muro di Berlino sarebbe diventato solo più un cumulo di macerie. Il 1989 fu l'anno dell'inizio della fine del blocco sovietico, ma in Cina la situazione prese una piega del tutto diversa.

Avvenne il massacro di Piazza Tienanmen, che generò un terrore diffuso e riuscì ad annichilire qualsiasi forma di dissenso. Qualcosa, in effetti, cambiò dopo Tienanmen, ma rendendo vano, purtroppo, il sacrificio di tutti quei morti ammazzati. Siccome l'URSS implose anche per ragioni economiche, chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà senz'altro i servizi giornalistici della fine degli anni Ottanta che ci fornivano le immagini dei supermercati e negozi alimentari russi con gli scaffali desolatamente vuoti, Deng Xiaoping si convinse di abbandonare almeno i canoni del socialismo reale in , pianificazione e presenza pressoché' totale dello Stato, mantenendo tuttavia la dittatura, la repressione sistematica e il partito unico a livello politico. La Cina, pur lasciando, sia ben chiaro, un forte potere regolatore allo Stato, si aprì agli investimenti stranieri e diede maggiore impulso alla iniziativa privata al proprio interno, avviando così quella vertiginosa crescita del PIL che ha contraddistinto i tempi più recenti.

Con il sopraggiungere della globalizzazione la Repubblica popolare cinese ha aumentato in maniera considerevole gli scambi commerciali con il mondo, incluso tutto l'Occidente, ed è divenuta di fatto la fabbrica delle economie industrializzate, nordamericane ed europee, le quali, soprattutto nei primi anni Duemila, hanno pensato di potersi dedicare perlopiù alle nuove tecnologie e ai servizi, delocalizzando la manifattura in Cina, e in altri luoghi caratterizzati da bassi costi di e produzione. L'Occidente, più o meno consapevole di ciò, ha ricavato vantaggi da questo tipo di globalizzazione, ma ha anche contribuito ad ingrassare il partner cinese, il quale si è poi dimostrato essere un concorrente abbastanza sleale fino a creare un effetto boomerang per le economie occidentali. Gli Stati Uniti, grazie all'avvento di Donald Trump, se ne sono accorti già da diversi anni ed ora, anche il presidente democratico Joe Biden non manca di ricordare la doppiezza cinese nel commercio internazionale.

L'Europa, dal canto suo, se ne sta accorgendo adesso e la presidente uscente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha recentemente rinfacciato a Xi Jinping la disonestà commerciale della Cina, proprio come Trump. Comunque, USA e UE, distratti dagli scambi con Pechino, hanno un po' tralasciato per anni la natura del regime del PCC, rimasta uguale a sé stessa da Tienanmen ad oggi. In Occidente sicuramente qualcuno si è illuso sul fatto che la Cina sia rimasta comunista solo a livello nominale, ma non è stato e non è così. Quella della Repubblica popolare rimane la stessa dittatura liberticida del massacro di Piazza Tienanmen del 1989. È vero, i medesimi vertici cinesi hanno lasciato intendere per decenni di essere interessati soltanto al business con gli Stati Uniti e l'Unione Europea, e tuttora garantiscono, come ha fatto poco tempo fa Xi Jinping durante i suoi incontri con il Segretario di Stato USA Antony Blinken e con i rappresentanti UE, di voler essere partner sia di Washington che di Bruxelles. Tuttavia, oltre alla slealtà commerciale, c'è un doppio gioco politico che smentisce i toni distensivi usati dal presidente cinese nei vari summit internazionali.

Le origini del Covid, partito da Wuhan per infettare poi tutto il mondo, sono ancora da studiare e la Storia dirà al momento opportuno. Nel segnalare il luogo di partenza del virus non c'è alcun razzismo anti-cinese, ma non si può ignorare che la provincia di Wuhan sia ubicata in Cina, non in Oklahoma o nella Pianura Padana, e non si può dimenticare il comportamento ben poco trasparente adottato dalle Autorità di Pechino fra la fine del 2019 e l'inizio del 2020. La repressione scagliata sui dissidenti di Hong Kong ha fatto tornare di estrema attualità gli avvenimenti di 35 anni fa di Piazza Tienanmen. Inoltre, Xi e i suoi gerarchi, circa l'ex colonia britannica, hanno fatto carta straccia di precisi accordi internazionali che prevedevano il passaggio di Hong Kong da Londra a Pechino con la condizione di mantenere una speciale autonomia per quel territorio. Invece, il regime comunista ha in pratica annullato la sovranità parziale dell'ex colonia del Regno Unito.

Al di là delle rassicurazioni di Xi Jinping, la Cina diviene sempre più una mina vagante per la stabilità e la pace. Smentiscono sempre, ma i cinesi in realtà stanno aiutando la Russia a mantenere intatta la propria potenza di fuoco in Ucraina. Senza la fornitura cinese di materiali essenziali, l'esercito russo si sarebbe già, per così dire, incartato da tempo. Non si tratta di elargizioni a fondo perduto, ma è un modo per assoggettare progressivamente la Federazione russa alla Repubblica popolare. Vladimir Putin si è allontanato dall'Occidente per rischiare di diventare una marionetta di Xi Jinping. Proseguono le operazioni navali ed aeree nello spazio territoriale di Taiwan al fine di intimidire le Autorità di Taipei, le quali, secondo i piani del PCC, devono convincersi, con le buone o con le cattive, di abbandonare la loro attuale indipendenza de facto per divenire una delle tante province della Cina continentale e comunista. Molti analisti prevedono che Pechino possa passare, anche fra non tanti anni, dalle provocazioni militari ad una invasione vera e propria dell'isola, che, per fortuna, ha almeno un presidente, William Lai, che non si lascia impaurire.

Il leader taiwanese, approfittando del 35esimo anniversario di Piazza Tienanmen, ha esortato la comunità internazionale a considerare la reale natura del regime comunista, mai mutata in più di trent'anni e a tenere conto che i fatti del 4 giugno 1989 rimangono di drammatica attualità. Quando una potenza, lo stesso discorso vale anche per la Russia di Putin, rappresenta un modello lontano da quello delle democrazie liberali, perché liberticida e repressiva al proprio interno, e però rispetta perlomeno gli equilibri mondiali, non la si può certo perdonare per avere schiacciato il dissenso con violenza, ma è possibile un approccio realistico, come accaduto in passato con la realpolitik di Richard Nixon e Henry Kissinger, utilizzata proprio nei confronti della Cina. Tuttavia, se un gigante peggiora il proprio atteggiamento, come Pechino sembra fare circa la e l'indipendenza di Taiwan, occorre accantonare il semplice attendismo e lavorare affinché i vari fronti non sfuggano di mano.

Roberto Penna
Roberto Penna
Roberto Penna nasce a Bra, Cn, il 13 gennaio 1975. Vive e lavora tuttora in Piemonte. Per passione ama analizzare i fatti di politica nazionale e internazionale da un punto di vista conservatore.
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