A Milano-Bicocca la cancel culture deve andare dal medico. La censura (con dietrofront) al Dostoveskij di Paolo Nori è un caso psichiatrico.

“Sanguina ancora”. Come il titolo del romanzo di Paolo Nori su “l’incredibile vita di Fëdor Michailovič Dostoevskij”. E qui di incredibile c’è anche la storia, tutta italiana, della sua censura (con dietrofront) subita dall’Università di Milano-Bicocca. Il libro pubblicato pochi mesi fa da Mondadori doveva essere presentato in un corso di quattro lezioni “gratuite e aperte a tutti” su uno dei giganti della letteratura di tutti i tempi. Ma in queste ore l’autore dei Karamazov e dei tanti romanzi che fanno tremare l’anima al mondo intero, da Delitto e Castigo a Le notti bianche, da Umiliati e offesi a Il giocatore, da L’Idiota alle Memorie del sottosuolo, ha un torto: quello di essere russo.

Un torto che solo in Italia poteva dare adito a una vicenda grottesca, un vero e proprio caso psichiatrico. Un episodio di psicosi, infatti, sembra aver colpito il rettorato dell’ateneo milanese: “caro professore, stamattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello di evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in questo momento di forte tensione.” Questa la comunicazione inviata a Nori, a poche ore dall’evento. Salvo poi ritrattare, tra le proteste di studenti e non. “L’Università Milano-Bicocca è aperta al dialogo, all’ascolto anche in questo periodo molto difficile che ci vede sgomenti di fronte all’escalation del conflitto.” Apriti cielo. Neanche a Kiev, in queste ore, si sarebbe osato tanto. Neanche sotto il fuoco del peggior nemico.

Nessuno può censurare Dostoevskij. Nessuno avrebbe dovuto censurare Paolo Nori, uno dei massimi esperti mondiali di letteratura russa. Neanche per un istante. Soltanto in  Italia la cancel culture, l’ossessione autocritica e l’eterno senso di colpa dell’Occidente per il proprio passato, avrebbe potuto acquisire il carattere allucinatorio e paranoide di una caccia alle streghe, nella migliore tradizione giacobina.

Ora è toccato a Dostoevskij e la ghigliottina è stata fermata in extremis e con retroscena penosi, indegni dell’Università e della cultura. Un Nori comprensibilmente sconvolto ha raccontato che gli era stato anche proposto di ristrutturare il corso, per “ampliare il messaggio, per aprire la mente degli studenti. Aggiungendo a Dostoevskij alcuni autori ucraini.” Nori ha risposto picche, non condividendo “questa idea che se parli di un autore russo devi parlare anche di un autore ucraino.” Secondo Nori, proprio perché c’è la guerra in Ucraina “bisognerebbe parlare di più di Dostoevskij”, della grandezza del suo pensiero, della universalità spirituale della sua opera. Insomma, l’esatto contrario di Putin.

“A me piace la testa dei russi, il loro atteggiamento, il loro modo di essere, la loro lingua straordinaria, il prendersi cura degli altri. Tutte queste cose non hanno niente a che vedere con Putin”, scrive Nori nella sua pagina web.

Già. Al Cremlino, oggi, comanda un uomo meschino, malato o forse lucidissimo.

E allora? Che legame c’è tra letteratura e politica? Siamo proprio sicuri che tutto sia politica? Che l’opera d’arte non possa trascenderla? Che la libertà non possa, sempre, precederla? Che Dostoevskij, come Puŝkin, Tolstoj, Turgenev, Gogol’ o Čhechov, non possano sfuggire alla morsa totalitaria della strumentalizzazione politica?

Sta di fatto, come dice Nori, che “non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia. Ma lo è anche essere un russo morto.” Quando era vivo, nel 1849, Dostoevskij era stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita. Ora, una università italiana ha pensato di cancellare un corso su di lui, facendo poi una misera retromarcia. Incredibile. Come la sua vita. Ma sanguina ancora.

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