A sinistra lo si indossa per buonismo, mentre in Iran di ”mal velo” si muore.

Muoiono a Teheran, muoiono per strada, colpite in petto, al volto o sui genitali dalla polizia morale e dall’esercito, inviato per sopprimere la rivolta che da oltre due mesi infiamma le piazze iraniane.

Il regime degli Ayatollah sta reprimendo nel sangue una delle più significative rivolte degli ultimi vent’anni, perché in Iran non è la prima volta che si sciopera, o si scende in piazza, ma questo movimento ha qualcosa di assolutamente nuovo e forse imprevedibile per il governo: è iniziata per un fortissimo bisogno di libertà. La storia dell’incipit delle manifestazioni è ben nota a tutti. La povera Masha Amini, ragazza curda in vacanza nella capitale, arrestata e poi restituita cadavere alla famiglia perché indossava male il velo, con delle ciocche di capelli che le restavano al vento.

Da allora l’escalation delle proteste è stata incessante; tutti gli strati della popolazione, senza distinzione di censo o cultura o sesso o professione, si sono via via organizzate per manifestare il proprio fermo dissenso. E non è come da noi, non si gioca come da noi con la libertà. In Iran, come in Afghanistan o in ogni stato governato dalle leggi sharitiche, ogni centimetro di libertà si deve conquistare con il sangue, al prezzo della vita. E così le manifestazioni il governo ha iniziato a reprimerle con la forza, arresti a tappeto, torture ed ora sentenze di morte eseguite sulla pubblica via.

Ecco, il quadro è questo, desolante, raccapricciante, se si pensa che dalla morsa della violenza non sono risparmiati neanche i bambini, vengono puniti tutti indistintamente e con maggior vigore le minoranze etniche che da sempre costituiscono un serio fastidio per il governo di Teheran, in particolare la minoranza curda, che alcune organizzazioni internazionali dicono essere soggetta a vere e proprie rappresaglie anche nei confronti di chi non ha preso parte alle sommosse.

E dunque, per quanto la condanna sia unanime, quello che occorre invocare in Italia è una presa di coscienza forte rispetto alla questione dell’integralismo islamico. Per buona parte delle femministe di casa nostra denunciare l’oscurantismo integralista è sintomo di islamofobia, e dunque occorre non chiamare le cose col proprio nome. E’ politicamente scorretto. Quindi mentre da una parte ci si riempie la bocca di pari opportunità, dall’altro di fronte alla tortura, all’infibulazione, alla riduzione in schiavitù, ai matrimoni forzati, alle bambine date in pasto a mariti che potrebbero esserne i nonni, la parola e sharia deve essere cancellata. Ma drammaticamente quella parola c’è, è quella l’origine di queste pratiche, l’integralismo islamico.

Chi denuncia è islamofobo e si pone fuori dai canoni comunemente accettati e riconosciuti come meritevoli dall’ideologia sinistrorsa, dal progressismo, da questo strano globalismo fatto di una finta pace ed un posticcio amore. E giù a darci lezioni di integrazione, indossando ad ogni visita istituzionale presso i capi religiosi islamici il velo, piegandosi di buon grado al diktat della legge coranica. Quanto male fanno alla causa queste pantomime buoniste. Quanta legittimazione di uno strumento di repressione c’è in questi spottoni buonisti. Intanto in Iran le donne vengono uccise per quel velo, muoiono per strada, viene loro impedito l’accesso ad  ogni forma di vita sociale e culturale, viene loro bloccato l’accesso al proprio conto in banca, là dove si abbia la fortuna di averne uno, viene loro impedito tutto quello che per noi, donne d’occidente, è nella  natura delle cose, per cui non abbiamo bisogno non solo di lottare, ma neanche di discutere.

Allora dalla comoda posizione di chi i diritti ormai li ha acquisiti da generazioni, con i piedi al caldo delle garanzie democratiche, dovremmo almeno avere la decenza di mostrarla con i fatti la nostra solidarietà, dovremmo avere il coraggio di dare ad ogni cosa il proprio nome, comprendendo che le prime ad essere islamofobe, che letteralmente vuol dire “avere paura dell’Islam”, sono proprio le donne che dall’ integralista vengono perseguitate  e nostro dovere è stare al loro fianco, quando si tagliano i capelli e quando il velo se lo strappano dal capo, con tutto il coraggio di chi sa che per questo può morire. Indossare per vezzo l’hijab, il velo, per mostrarsi forzosamente accoglienti e dotate di apertura mentale, legittima quella che a sinistra chiamano cultura, ma il cui giusto nome è repressione.

1 commento

  1. Se la memoria non mi tradisce, una assai popolare onorevole della sinistra nostrana tempo fa indossò l’hijab per ostentare il suo rispetto verso la legge religiosa islamica, salvo poi unirsi a una manifestazione organizzata da associazioni femminili a sostegno della coraggiosa lotta delle donne iraniane in difesa della libertà individuale. Per fortuna, il web ha tenace memoria, e quell’egregia signora si è sentita cantare ciò che con il suo smaccato opportunismo si è meritata.

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