Abbattète questa statua

Supplica: Per favore, per pietà, iconoclasti del terzo millennio, abbattete la statua di Cartesio, ché si appropriò del “Se m’inganno sono” mutando quel “comunque” in “dunque”. E infierite su di essa come se quel cosa fosse un chi.

Grazie. Che il Vostro Iddìo del nulla è, tutto diviene, vi paghi con questo qualche bene, che per avventura avrete fatto in questa vita.
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“Quando il desiderio ci trascina irrazionalmente verso i piaceri e governa in noi, il suo governo viene denominato hybris”
(Platone, Fedro 237e-238a)

Intendeva il cavallo nero dell’Auriga, l’anima concupiscibile.

Il diavolo esiste eccome, sia in senso esistenziale che esistentivo. Esso – e non egli – è un non-io che si tenta di imporre come realtà ontologica che invece non è, perché in realtà rapporto esistentivo ed esistenziale con il proprio Esserci ontico, e cioè umano. Non lo è ma è come il Mefistofele della tradizione mistica animistica nordica, che “non ama la luce” contrapponendosi così al Lucifero ed operando in una dimensione più antropologica, e cioè ontica, esistentiva, come il Woland bulgakoviano, altra variante delle leggende relative al Faust.

È la solita eterna confusione tra ontico e ontologico. Cioè così come Descartes assume in modo antropocentrico l’eguaglianza sostanziale tra essere e pensare – che Parmenide poneva esclusivamente sul piano ontologico – creando il celebre dualismo tra res extensa e res cogitans dove però assume, errando platealmente e immagino volutamente, che la seconda sostanza dell’Uno neoplatonico, cioè l’intelletto/pensiero, sia l’anima razionale e totalmente umana della tripartizione platonica, ovvero che le tre epifanie Padre Figlio Spirito santo del pensiero neoplatonico corrispondano “meccanicamente” alla tricotomia Anima Corpo Spirito dell’Auriga, allo stesso modo si assume non solo, come vero, il sofismo del parricidio, che “si limita” a porre il non-essere in una valenza ontologica equivalente e dialetticamente contrapposta all’Essere parmenideo, ma prosegue assumendo questa concezione di non-essere così ontologicamente valorizzato come rimappabile (il come in alto così in basso è anch’essa una concezione, da cui sorge l’organicismo, del tutto platonica e ancor prima egizia) in un ambito banalmente antropologico/centrico e inventando di sana pianta, cioè dando libero spazio all’eikasia, chimere ontiche come i Mefistofele e i Woland delle tradizioni mistico animiste nordiche, dando forma a una sorta di cristologia negativa.

«..Che cosa vuoi, infine?
Sono una parte di quella forza che
desidera eternamente il male e compie
eternamente il bene ». (Goethe, Faust)

in epigrafe a Il Maestro e Margherita, di Bulgakov

Detto l’Oscuro perché #parlavadiffìcile e non perché, come al Mefistofele, non gli piacesse la luce, si riferiva ai “dormienti” allo stesso modo in cui il suo definitivo oppositore faceva coi bicefali. Li canzonava come: quelli che seguono il “si dice”, e cioè la doxa. Per ‘concretezza’ anche lui come Parmenide (e Giovanni Gentile) non intendeva la materia o l’epistemologia ma il logos, cioè nella fattispecie non ciò che scorre ma l’atto dello scorrere.

Per l’Oscuro l’anima umana è un abisso perché è logos, e tutto scorre nel logos, che è il solo a non scorrere. I “desti” dell’Oscuro, cioè quelli che vanno oltre i sensi e l’opinione, sono gli stessi che per Parmenide seguono la via dell’Essere, e che per Eraclito seguono il Logos (che come detto è il solo a non scorrere) intendendo con questo una concezione panteistica che Parmenide rifiuta ed è soprattutto questa la differenza tra i due. Per il resto differiscono nel rispettivo linguaggio, in ciò che rispettivamente intendono per tutto/esistente e nulla/inesistente. Dove per Eraclito quel “tutto” che scorre corrisponde al “nulla” parmenideo, e quel “tutto è” di Parmenide corrisponde al “nulla è” eracliteo. L’equilibrio tra opposti, corrispondente allo yin yang cinese e all’uroboro dell’iconografia egizia, è un equilibrio dinamico, armonioso e necessario alla sussistenza del dualismo eracliteo, che per lo stesso Eraclito è lo stesso Parmenide e viceversa.

“Luce”, “bene” e “verità”, dunque, altro non sono che una tendenza che non può che realizzarsi in un mondo suscettibile di cambiamento come quello materiale del divenire eracliteo. Un desiderio, per dirla con l’eros del primo discorso di Socrate. È la via dell’Essere parmenidea, che corrisponde al millimetro con il Logos eracliteo, che corrisponde alla maggiore delle vicinanze emanentistiche all’Uno plotiniano.

Il “male” è quindi semplicemente l’opposto di tutto ciò, ed emanentisticamente è la materia perché la più lontana dall’Uno, “la meno perfetta” (da cui il fondamentalismo occamistico: il male è la materia e/o il materialismo), l’impercorribile via del non-essere di Parmenide, ma anche la critica cartesiana , o perlomeno il tentativo di Cartesio di attaccare il razionalismo tomista; e per contro, la “verità” della scolastica che consiste soprattutto nella consistenza modale e logica, non ambigua e non contraddittoria dell’argomentare.

“Procedere dal meno perfetto al più perfetto è contraddittorio come è contraddittorio far procedere qualcosa dal nulla”
René Descartes, Discorso sul Metodo

Come accennato poc’anzi, qui Cartesio tenta di demolire il razionalismo della scolastica domenicana, quello così talmente ben criticato dai francescani da essere adottato dallo stesso Kant, che lo fa proprio (è proprio una mania), provando a usare lo stesso principio di non contraddizione della stessa scolastica. In realtà, e Descartes lo sa mòolto bene, l’aquinate non ha mai dato alcun valore epistemologico al simbolismo ontologico, che “non est argumentativo”, mantenendo ben separato il piano sistematico da quello simbolico.

Al contrario, è proprio il francese a confondere il piano ontologico con quello ontico/epistemologico. Il “cogito ergo sum” ne è l’#epistème più evidente e conosciuto. La “perfezione” a cui fa riferimento l’aquinate, infatti, è un inequivocabile riferimento all’emanentismo plotiniano e all’evidente inconsistenza del parricidio sofista. Null’altro che questo.

Descartes si pone semplicemente al limite del sistematico e del simbolico per fare un uso sofistico del dualismo (ontico/ontologico) creandone uno “nuovo”, quello tra le due “res” cartesiane, che però sono entrambe di genere ontico esistentivo ma #nessunoseneaccòrge. Personalmente, non credo neanche per un istante che Cartesio non fosse in grado di cogliere una se vogliamo banale speculazione estetica.

“Sogno o son desto”, chiedeva il francese, riferendosi forse ad Eraclito (rif. svegli e dormienti) e commettendo quello che si può dire il peccato originale della filosofia “moderna”, che di fatto non si occupa più di ciò che è oltre la fisica, ovvero, non è più filosofia. Egli pone le basi epistemològiche, e cioè perfino scientifiche al deismo e al giustificazionismo del successivo idealismo soggettivo e assoluto. Kant tenta anch’egli di demolire la scolastica per poi trovarsi costretto a porre una condizione di pistis, di fede, anche sull’ipotesi di non consistenza ontologica (notare il nonsense contraddittorio) dell’ontologia.

Infatti, è Fichte a identificare l’uomo ontico, “l’uomo che è essere”, dirà successivamente Heidegger, con la divinità reale, autentica, vera di una consistenza esperienziale, ovvero epistemologica, “scientifica”. Hegel fa la stessa cosa ma trascende, ovvero identifica in Dio lo Stato, che è astrazione concreta dell’uomo. Marx aborrisce questo capovolgimento dialettico, e sulla scorta delle “osservazioni” di Diderot, padre del materialismo post illuminista, identifica in Dio la moneta (ente onnipotente) facendo uso della sua particolare dialettica mediata da quella hegeliana.

Kant aveva tentato, fallendo nell’intento, di demolire il razionalismo scolastico introducendo di fatto quello che sarà il razionalismo neokantiano, che è ugualmente, sono parole di Kant, basato sulla pistis, intendendo con questa il secondo tratto dei gradi della conoscenza, delineato, appunto (teoria della linea), da Platone. Egli fonda, elaborando “il senso critico” di Cartesio, le basi intellettuali del principio di indeterminazione di Heisemberg, il quale, detto per inciso, trovava che le tesi di Schrödinger e il suo gatto, ovvero la visualizzazione, la rappresentazione visiva di un concetto astratto fino a prova empirica, come fosse una teiera di Russell, fossero letteralmente delle cretinate.

Infatti, il fallimento kantiano fu seguito dalla messa al bando del dualismo noumeno/fenomeno (l’ultima forma di NON monismo ontico rimasta) che Fichte utilizzò per costruire le basi del suo idealismo soggettivista. La “rivoluziòne copernicàna” fu comunque mantenuta, perché indispensabile al processo di deificazione de “l’uomo che è essere”.

Il peccato originale, così ben simbologicamente espresso da quello biblico, è proprio quello del deistico soggetto oggetto del proprio pensare, ovvero creatore di se stesso, e sartrianamente “nullificato” proprio da questo atto, perché il “cogito ergo sum” ha valenza esclusivamente nell’ambito delle prime tre sostanze emanentistiche, e non in ambito ontico e cioè umano. Il peccato originale è dunque il rifiuto della differenza ontologica, e l’ente umano non è ontologicamente (e storicamente) precedente all’essere, all’anima o a se stesso. Sarebbe una tautologia. Anzi, lo è.

20/06/2020, Giovanni Moretti

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Giovanni Moretti
Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia

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