Accordo Italia-Albania, il successo del patto per governare, e non più subire, i flussi migratori

L'interesse dell'Unione europea, il via libera della Corte Costituzionale albanese, la ratifica del Parlamento italiano e infine il sì definitivo dell'assemblea albanese: in poche settimane l'accordo con l'Albania, dato per spacciato dalla narrazione della sinistra, è entrato in vigore. La finalità è chiara: i flussi migratori non vanno più subiti, ma governati. E ciò può avvenire soltanto attraverso la cooperazione internazionale. L'accordo con l'Albania si staglia in questo contesto, sulla scia del cambio di passo in tema di che il governo ha saputo effettuare non solo a livello , ma anche a livello comunitario, con i vertici europei che hanno riconosciuto e riconoscono ancora la bontà, dati alla mano, degli accordi con i Paesi d'origine e di transito (si veda Memorandum d'intesa con la Tunisia, grazie al quale la rotta del Mediterraneo centrale ha perso il 70% del traffico illegale). Anche l'accordo con l'Albania arriva in un contesto di forte collaborazione cercata dal , e non è un caso che l'Unione europea e altri Stati membri osservino con attenzione i primi risvolti. Un cambio di passo totale, insomma, rispetto agli ultimi dieci anni di negligenza della sinistra sulla gestione dei flussi: “Per dieci anni – ha detto, intervistata da Avvenire, Sara Kelany, deputato di Fratelli d'Italia e responsabile immigrazione – volutamente le sinistre non se ne sono occupate, generando a cascata una serie di problematiche che oggi noi ci troviamo sulle spalle”.

Ma, nonostante dopo anni qualcosa si stia finalmente muovendo grazie a un governo di destra, la sinistra ha comunque da ridire. Prima prendendosela con Edi Rama, premier albanese, e il suo partito, socialista: la proposta della sinistra italiana è stata infatti quella di espellere i socialisti albanesi dal Partito Socialista Europeo, per poi passare anche alle offese personali verso Rama. A quanto pare, aiutare l'Italia non è abbastanza di sinistra… Poi alcune critiche sono arrivate anche nel merito dell'accordo. Nel dettaglio, il patto prevede che alcune aree in albanese vengano utilizzate dall'Italia per l'approdo di , e lì proseguiranno i controlli e i lavori per i rimpatri. Uno smistamento, in pratica, che consente un alleggerimento del carico che fino ad oggi pesava tutto sulle coste italiane. Alla sinistra, però, questo non va giù: l'accusa è quella, per la destra, di voler “esternalizzare” il problema, reputando l'accordo troppo esiguo e, al contempo, una spesa troppo grande. “Non c'è nessuna volontà di esternalizzare – ha spiegato Kelany – L'accordo sarà utile per il decongestionamento delle zone di primo approdo”. E ancora, sulla spesa, l'onorevole ha precisato che saranno spesi 140 milioni per il patto, “mentre la voce di spesa per l'immigrazione nel bilancio pesa 4,7 miliardi. L'accordo è una goccia nel mare, questo sì, rispetto ai costi totali”.

E il successo dell'accordo si può già costatare nel fatto che anche altri Paesi europei – alla faccia di sperava che l'Unione non lo ritenesse idoneo per i dettati comunitari – seguono con interesse l'esempio italiano: “Molti Stati, come la Germania, stanno guardando con favore a queste modalità di gestione”, ha spiegato ancora Kelany, secondo la quale quello con l'Albania è un “accordo pilota che può diventare best practice”.

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