Addio On Demand: Il Referendum per l’Eutanasia legale e il ritorno dell’Eugenetica

Prevenire è meglio che curare. Nell’èra Covid 19, dovrebbe essere una certezza universalmente acquisita. Eppure, i promotori del referendum per l’eutanasia legale non sono di questo avviso. Meglio morire, piuttosto che curare. Anzi, meglio uccidere – evitiamo l’ipocrisia dell’“aiutare a morire” – piuttosto che curare, sostenere, compatire, dare sollievo alla sofferenza.

Se il referendum non fosse l’ultimo capitolo politico di una lunga storia che interessa l’ordinamento giuridico italiano da almeno un decennio – la sentenza Englaro del 2006, la legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento del 2017 e l’ordinanza n. 207/2018 della Corte Costituzionale sono gli atti che lo precedono – ma solo l’iniziativa di chi crede che ai mali (non sempre) “incurabili” non vi sia altro rimedio che la morte, il paradosso non sarebbe così insopportabile.

Obiettivo fondamentale dell’intervento referendario è la sovversione del paradigma dell’indisponibilità della vita umana, sancito dagli articoli 579 e 580 del nostro codice penale: il quesito referendario proposto tra gli altri dall’associazione Luca Coscioni e dai Radicali, e sostenuto da oltre un milione di firme, «vuole abrogare parzialmente la norma penale che impedisce l’introduzione dell’eutanasia legale in Italia», facendo contestualmente salve le tutele per le persone vulnerabili e per quanti danno materialmente seguito alla volontà del paziente. In questo senso, al movimento referendario si è affiancata la Corte Costituzionale che con l’ordinanza n. 207 del 2018 ha sollecitato il Parlamento a introdurre «una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte.» Si è giunti così alla discussione in Parlamento della proposta di legge per l’introduzione in Italia dell’eutanasia legale, in aula alla Camera lo scorso 25 ottobre e rinviata al prossimo 22 novembre.

In Italia praticare l’eutanasia costituisce un reato, pertanto è punibile ai sensi dell’articolo 579 (omicidio del consenziente) e dell’articolo 580 (istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale. Al contrario il “suicidio assistito”, inteso come assistenza di terzi nel porre fine alla vita di un malato, è legittimato, ma non praticato. La sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale ha infatti individuato quattro requisiti che possono giustificare un aiuto al suicidio: la presenza di una patologia irreversibile; una grave sofferenza fisica e psichica; la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli; la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

La “sospensione delle cure”, invece, è un diritto sancito dall’art. 1 della legge n. 219/2017, che stabilisce che «nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge».

In Europa, sono cinque gli Stati con legislazioni favorevoli a eutanasia e suicidio assistito: l’Olanda e il Belgio dal 2002, il Lussemburgo del 2009, la Germania dal 2020 (è stato depenalizzato solo il suicidio assistito) e la Spagna dal 2021 (è ammessa solo l’eutanasia). A questi, dobbiamo aggiungere la Svizzera, pioniera della depenalizzazione del suicidio assistito già dal 1942.

Nel resto del mondo, il Canada ammette eutanasia e suicidio assistito legali dal 2016, la Colombia ha legalizzato l’eutanasia nel 2015; altrettanto l’Australia, nel 2017, seppure in forme diverse nei vari Stati; infine, gli Stati Uniti d’America, dal 1997 a oggi, riconoscono eutanasia e suicidio assistito legali in vari Stati (California, Colorado, Hawaii, Maine, Montana, New Jersey, Oregon, Vermont, Washington e Washington D.C.).
Al di là delle statistiche, che mostrano una crescita esponenziale delle richieste ovunque l’eutanasia sia stata legalizzata – in Olanda si è passati dai 1882 casi del 2002 ai 6938 del 2020, con un incremento del 270%; in Canada l’aumento è stato del 665% e in Belgio, addirittura, di oltre il 1000% – ancora più inquietanti sono le cause culturali e sociali che ne sono alla base: la “medicalizzazione della morte”, la “nuova solitudine” degli anziani e il ritorno dell’eugenetica.

«Medicalizzare la morte significa sterilizzarla, togliere lo “sporco” della sofferenza – ha recentemente affermato la bioeticista Assuntina Morresi – e soprattutto l’incertezza che da sempre avvolge l’ultimo tratto della vita […]. D’altra parte è evidente che non possiamo avere l’esperienza personale della nostra morte, e vedere qualcuno morire è un’esperienza sempre meno comune. La morte fa paura perché resta sempre una sconosciuta. Con l’eutanasia, invece, sappiamo tutto e quindi possiamo controllare tutto, o per lo meno ci illudiamo di poterlo fare…». C’è poi la “nuova solitudine” degli anziani, sempre più evidente anche alla luce dell’inverno demografico. Gli anziani sono sempre di più e la loro assistenza familiare e domestica è sempre più accidentata: la morte appare spesso come una via d’uscita più “economica”, il comodo rimedio a una sofferenza insopportabile, una sofferenza che supera il dolore fisico del malato e del moribondo, e che investa l’intera condizione umana.

Legalizzando l’eutanasia, la “cultura dello scarto” prenderebbe il sopravvento, come ci dice non soltanto papa Francesco ma anche il laicissimo Luciano Violante che tempo fa, su Repubblica, si domandava: «quale sarà il destino dei malati vecchi e poveri in una società che invecchia, con una costosa, dove sia possibile sopprimere chiunque lo consenta?». Spalancare il portone legale dell’“addio on demand”, significherebbe ignorare il complesso eppure comprensibilissimo mondo degli affetti che può indurre un malato o un disperato a sentirsi inutile e a optare per l’estrema uscita di scena. Il rischio che l’eutanasia sconfini nell’eugenetica, che elimina chi è inutile o rappresenta un costo è reale, o che giudica una vita indegna di essere vissuta, come già avviene in Olanda dove l’eutanasia è atrocemente praticata sui neonati con il solo consenso di genitori che ne prevedano “una qualità di vita modesta”, è tremendamente concreto. Legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito comporterebbe la resa incondizionata alla falsa logica dell’autodeterminazione e il sicuro pregiudizio della dignità, sempre indisponibile, della vita umana.

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