Agroalimentare, Energia, Lavoro e Natalità. L’Italia e le sfide da vincere per non morire

«Nessuno può pensare che si debbano abbandonare le attività produttrici di beni primari, necessarie all’alimentazione e a fornire materie prime all’industria; oppure ridurre le attività manifatturiere di fase intermedia (semilavorati) e di ultima fase (beni finali); oppure ancora trascurare le fondamentali attività della distribuzione dei prodotti agricoli, industriali e commerciali. Il ciclo economico primario (agricolo), secondario (industriale) e terziario (commerciale) mantiene e manterrà sempre, finché esisteranno l’uomo e il pianeta terra, la sua validità essenziale e insostituibile». Parole semplici, quasi banali, pronunciate 31 anni fa da Gaetano Rasi, economista fautore di una “terza via” sociale, alternativa alla finanza, all’individualismo e al materialismo, per tutto il dopoguerra. Eppure proprio il fatto di aver dimenticato questa lezione, che la pandemia ha contribuito a riaffermare in tutta la sua crudezza, ci ha portato a un passo dal baratro: anni di miopia, egoismo e corruzione delle classi dirigenti, sommati a delocalizzazioni, privatizzazioni e “vincolo esterno” ci rendono oggi sostanzialmente disarmati di fronte ai grandi cambiamenti che si prospettano all’orizzonte. La politica, che nel bene e nel male aveva accompagnato l’Italia al quarto posto tra le potenze industriali negli anni ’80, è oggi in stato comatoso: al suo posto la “decisione” ormai è in capo al mondo finanziario, che spazza via le dinamiche democratiche, costituzionali e di partecipazione popolare. Non è un caso che il centro del sistema diventi Draghi, chiamato per gestire i fondi del Pnrr secondo i dettami dell’Ue, e affermatosi per «volontà extracostituzionale» (Galli Della Loggia). La democrazia è un inutile orpello, partiti e libertà d’informazione non servono più come hanno affermato esplicitamente e pubblicamente personaggi quotati come Paolo Mieli, Mario Monti e Umberto Galimberti. Chi non si adegua alla narrazione dominante deve essere allora espulso dalla “società”, come ha detto lo stesso Draghi parlando dei non vaccinati, nonostante il premier si sia più volte contraddetto sulla questione sanitaria. Quella stessa società che, colpita psicologicamente ed economicamente dalla pandemia, rischia così di subire ulteriori e drammatiche divisioni.

I temi del futuro

C’è ancora spazio per una politica “altra”? Ci sarà solamente per chi si farà carico del disperato sforzo di provare a ricostruire il tessuto sociale della Nazione, riattivando processi di formazione e dibattito culturale di lungo periodo. Ci sarà solamente per chi lotterà per la ricostruzione delle catene del valore nazionali indicate da Rasi, dando voce e rappresentanza ai ceti produttivi. Programmazione e partecipazione: basi di partenza per affrontare i dossier dai quali dipende l’esistenza stessa del popolo italiano, che fra qualche decennio rischia di uscire letteralmente dalla storia. Ecco i principali:

Agroalimentare. Le ultime notizie raccontano di una Cina sta facendo incetta di generi alimentari in tutto il mondo, con la conseguenza di prezzi alle stelle. L’Italia ha perso l’autosufficienza sul piano di derrate fondamentali come il frumento, e rischia di rimanere in balia dei capricci di multinazionali e potenze estere persino in un ambito che è spesso stato la nostra eccellenza. In futuro, tante sicurezze che sembrano scontate potrebbero vacillare. Il tempo non è molto. Sandro Righini e Gian Piero Joime, con la prefazione del Senatore Luca De Carlo, nel volume La Tradizione Ecologica (Eclettica, 2021) hanno provato a disegnare strade plausibili per dare un futuro all’Italia del settore primario, che punti ad affiancare alla promozione di Comunità agroalimentari sostenibili territoriali una decisa strategia verso l’innovazione e lo sforzo per la produzione interna.

Energia. Su questo piano, siamo ancora più dipendenti che rispetto all’agricoltura. L’aver sposato ogni indicazione “verde” a prescindere dalla complessità dei fatti non ha aiutato, e ora ci troveremo con aumenti spaventosi sulle bollette di luce (circa 50%) e gas (circa 25%). Imprese e famiglie rischiano di andare ancora più a fondo e morire, dopo due anni sanguinosi di chiusure e incertezze. Lo sforzo, quasi disperato, dovrebbe in questo caso andare sì verso la promozione delle rinnovabili (stimolando la produzione interna del fotovoltaico ad esempio) al fianco però di una larga diversificazione di fonti. Come ha riconosciuto il ministro Cingolani, bisogna «aumentare la produzione di gas nazionale con giacimenti già aperti». Si dovrà poi riprendere in mano al più presto il discorso del nucleare senza paraocchi ideologici, cavalcando le innovazioni sul tema e provando in primis a fermare la “fuga dei cervelli” che su questo piano colpisce duro.

Lavoro. Le morti sul sono state una piaga terribile anche in tempi di covid. In più, le incertezze legate al virus hanno spesso sfilacciato ulteriormente le tutele sociali, con licenziamenti via posta elettronica l’ultima frontiera di un diritto del in crisi di identità. Un tema da riprendere in mano per scrivere una storia diversa potrebbe essere quello della partecipazione dei lavoratori alle imprese (art. 46), per combattere le delocalizzazioni e promuovere la consapevolezza e la crescita dei dipendenti, vitale in tempi di “industria 4.0”. Il tutto andrà collocato in una cornice più ampia che ripensi il ruolo dello Stato, non “mostro” burocratico ma fattore di controllo dei settori strategici, di formazione, di strategia di ampio respiro. Chi “esiste” oggi sulla scena internazionale ragiona così, senza negare la necessità di accordi e alleanze internazionali, purché stipulate a partire da una visione propria.

Natalità. Il rischio del collasso nazionale vede nell’inverno demografico uno degli aspetti più tristi. Non solo le difficoltà economiche, ma anche la scomparsa del senso di comunità ci hanno portato a una situazione di “culle vuote” senza precedenti, mentre popolazioni più prolifiche rischiano di prendere il posto della nostra terra e delle nostre tradizioni, con conseguenze che restano un’incognita (si pensi ai casi delle banliues francesi o delle no-go zones in Svezia). Su questo piano, il volume L’Italia del Futuro (Eclettica, 2020) ha rilanciato la necessità di politiche attive e di lungo periodo, riconosciute ultimamente anche da Draghi, al fianco di un risanamento che investa i temi della cultura e delle periferie. L’identità e la pedagogia nazionale, ha scritto la rivista «Limes», sono parti ineludibili di collettività che preservano il loro passato e “costruiscono” il loro futuro. Proviamo dunque a rimetterci all’opera.

 

Francesco Carlesi
Presidente dell'Istituto "Stato e Partecipazione".

1 commento

  1. SpiACE DIRLO MA FORSE PER INTERFERENZE STRANIERE E NEMICHE DEL 2° E 3° SECOLO L’iTALIA PULLULA DI TRADITORI. tUTTO CIO CHE FA MALE ALL’iTALIA, DAL 1944 IN POI é PRESENTATO COME UNA BENE IRRINUNCIABILE. lE IDEOLOGIE SONO COSI, SIA QUANDO TRATTANO DI ECONOMIA SIA QUANDO SI AMMANTANO DI SOVRANNATURALE. TUTTO DAL 1945 IN POI é FRUTTO DI ALLEANZE TRA IDEOLOGIE CUGINE E DELETERIE PER L’iTALIA CONTRO CUI MILITA L’EVERSIONE. NON ESISTE ALTRA SOLUZIONE CHE CAMBIAR SISTEMA POLITICO. Sono Gianni, uomo, padre, italiano ed ELLENICO-ROMANO.

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