Archie non deve morire. Un giudice inglese stacca la spina a un bambino in coma. Né individuo, né Stato. Chi perde è il diritto.

Nelle ore in cui scriviamo si compie la storia di Federico Carboni, il tetraplegico marchigiano “aiutato a morire” dall’associazione Luca Coscioni. E in Inghilterra si compie un’altra storia, un’altra dolorosa vicenda umana. Un ragazzino di 12 anni, Archie Battersbee, in coma dal 7 aprile in seguito a una “challenge” tra adolescenti finita male, è a un passo dalla morte. Ad accompagnarlo senza nessun complimento alla porta d’uscita non è il destino, né gli estremisti dell’autodeterminazione, ma ancora una volta un giudice. È successo nel Regno Unito, nuovamente, dopo i casi di Alfie Evans e Charlie Gard, corpi fragili, fragilissimi di bambini sulla cui sorte ha deciso lo Stato.

Un giudice dell’Essex ha autorizzato i medici del Royal London Hospital a staccare la spina che lo tiene in vita. Da subito le condizioni di Archie sono apparse gravissime. Da subito è entrato in un coma giudicato irreversibile. Da subito i medici hanno disperato e non hanno ritenuto possibile salvarlo.

Il suo caso è stato sottoposto alla Corte suprema del Regno Unito: i dottori sono convinti che ci sono elementi sufficienti per una diagnosi di morte “altamente probabile” delle cellule cerebrali. I giudici hanno dato loro ragione. “Autorizzo i medici dell’ospedale Royal London a cessare la ventilazione meccanica di Archie Battersbee, a estubarlo, a cessare la somministrazione di farmaci e a non tentare alcuna rianimazione cardiopolmonare su di lui quando cessa il battito cardiaco o lo sforzo respiratorio.” Secondo la sentenza, “se Archie rimane sotto ventilazione meccanica, il risultato probabile per lui è la morte improvvisa e le prospettive di recupero sono nulle. Non ha piacere di vivere e il suo danno cerebrale è irrecuperabile. La sua posizione non migliorerà.”

La decisione della giudice Justice Arbuthnot – “nomen omen” atrocemente capovolto – è stata respinta con fermezza da Hollie Dance, la madre di Archie, che ha annunciato di voler presentare appello.  “Il mio istinto di mamma mi dice che Archie è ancora qui”, ha detto la donna. “Non basta una diagnosi di morte probabile. Il cuore di Archie batte ancora e lui mi ha stretto la mano. Finché non è volontà di Dio, non accetterò che se ne vada. So di miracoli in cui le persone sono tornate dalla morte cerebrale”, ha sostenuto la mamma del ragazzo.

Già, la “morte cerebrale”. Al di fuori di qualche cenacolo accademico, il concetto di morte cerebrale non è certo oggi in discussione, né tra gli scienziati, né tra i giuristi. Eppure è un concetto tutt’altro che scontato dal punto di vista epistemologico, filosofico e scientifico. Affermatosi negli anni ‘60 del secolo scorso, come conseguenza dei progressi tecnologici nel trattamento di pazienti con lesioni celebrali gravi, il concetto di “morte cerebrale” si è sostituito all’”arresto cardio-respiratorio” come criterio formale della diagnosi di morte.

La questione è estremamente delicata, visto che tutte le normative esistenti sulla disciplina dei trapianti poggiano su questa petizione di principio che assume nella morte cerebrale il momento esatto della morte. L’identità morte cerebrale-morte umana, pone problemi di ordine teoretico e rischi di natura pratica, giuridica e bioetica. Essenzialmente: il riduzionismo “sociologico” che identifica la perdita delle funzioni cerebrali con l’esclusione dalla società umana; il riduzionismo “psicologico” che riduce la personalità umana a coscienza e la coscienza a mera attività elettrochimica; infine, il riduzionismo “biologico” o “psicosomatico” per il quale la morte avviene con la cessazione dello stato di coscienza come centro unificante dell’intera condizione umana.

I gravi interrogativi che ruotano attorno a questa riflessione non possono essere ignorati neanche da giuristi e legislatori. E ci rallegra sapere che il Parlamento britannico sta esaminando una nuova legislazione che rafforza i diritti dei genitori nei casi in cui questi ultimi si oppongano ai medici che vogliono togliere ai loro figli i supporti vitali.

Il caso di Archie è l’ennesima conferma che, al confine tra la vita e la morte, la vecchia antinomia Stato versus individuo non regge. Il diritto è altro. L’evidenza di un cuore che batte e il sapere di una madre che stringe la mano di un figlio vivo, per quanto gravemente infermo, hanno diritto di cittadinanza e sono diritto, se è vero che il diritto è una relazione vivente tra un sé e l’altro, tra una madre e un figlio, tra la madre, un figlio e noi. Ubi societas, ibi ius.

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