#Atreju21. Giorgia Meloni sfida l’inverno e vince.

Sembrava già un mezzo miracolo di Natale il solo fatto di essere riusciti a mettere su una kermesse come Atreju “fuori stagione”: in poche settimane, in era Covid, a due passi dal Vaticano e in piena vigilia per l’elezione del capo dello Stato.

Poi si è parlato di successo per il cartellone ricco, con i maggiori protagonisti della politica – a partire dai leader di partito e da mezzo governo Draghi – presenti all’appello della leader dell’opposizione. A seguire si è valutato con attenzione anche il parterre di esponenti della politica internazionale (uno su tutti Rudolph Giuliani) del cosiddetto “partito del Pil” (Confindustria, Confcommercio, Confedilizia), delle aziende strategiche dello Stato (l’ad di Eni) e del mondo della cultura (da Luca Ricolfi al “direttore” d’orchestra Beatrice Venezi) accorsi alla festa «di parte ma non di partito».

Ma anche l’arrivo di testimonial dello sport (Antonella Palmisano), della giustizia (come Carlo Nordio e Sabino Cassese che sostiene la proposta di sul presidenzialismo ) e della società civile (la mamma di Willy Duarte). E, ciliegina sulla torta, l’arrivo del ct della Nazionale campione d’Europa Roberto Mancini.

È finita con Atreju di successi che ha rispettato e rispecchiato tutto questo – con apprezzamenti trasversali degli avversari politici intervenuti, da Renzi a Letta fino all’ex presidente della Camera Violante – ma che in realtà si è conclusa con una sfilza di notizie in più. La più evidente è la fine dello pseudo arco costituzionale che maldestramente Pd & soci avevano cercato di mettere su sfruttando la campagna militante di Fanpage. Com’è finita? Con i leader del Pd, dei 5 Stelle e di Italia Viva che hanno fatto ad Atreju nel riconoscere pienamente non solo il ruolo di e della sua leader per gli equilibri fisiologici della democrazia ma la “centralità” della destra politica per la partita del Colle.

Una “gara” che non è sfuggita ai cronisti dei giornali filo-governativi che hanno dovuto riconoscere, non con qualche imbarazzo, la strumentalità degli attacchi avanzati nei confronti di Fratelli d’Italia: nel momento in cui tutti i contraenti della maggioranza non hanno fatto altro che riconoscere la serietà con cui il partito svolge la sua funzione.

Funzione fondamentale – non solo nella forma ma soprattutto nella sostanza – apprezzata apertis verbis anche dal ministro Marta Cartabia che ha deciso di partecipare ad Atreju, dunque per la prima volta a un incontro politico, proprio per la profondità dimostrata dal partito di opposizione in questa stagione sul tema delicatissimo della giustizia. Lo stesso riconoscimento giunto da Luigi Di Maio (che è arrivato a dire, un po’ furbescamente, che « è più affidabile di Salvini») e da Roberto Cingolani.

Il resto lo hanno fatto il confronto con le categorie produttive, con il mondo della cultura non standardizzata, la critica – quanto mai puntuale – alle assurdità dirigista e fanatiche dell’Ue in termini di “cancel culture” nel Natale o di attacco al patrimonio popolare per eccellenza, la casa. Il tutto registrato dalla grande stampa per quello che è stato: un evento pubblico non comune e non replicabile – per qualità e sforzo organizzativo – dal grosso degli altri partiti. Addirittura c’è chi è arrivato a pronunciare la parola “istituzionalizzazione”.

A rispondere «No, grazie» proprio (e solo) a quest’ultima osservazione ci ha pensato l’evento conclusivo: il discorso programmatico di Giorgia Meloni. Incontro nel quale la leader di Fratelli d’Italia ha lanciato la sfida per le Politiche proponendo l’esatto opposto della normalizzazione: il fronte conservatore. È questa la piattaforma programmatica, ideativa e valoriale da mettere in campo per competere a viso aperto contro il centrosinistra. Non una semplice coalizione dunque, un’addizione elettorale, ma un blocco sociale e culturale animato da una visione del mondo che intende «conservare» l’integrità politica, economica e antropologica della Nazione.

Esattamente ciò che sta andando in scena ovunque gli identitari, i conservatori e i sovranisti si impongono: negli Stati e nel Regno Unito la destra non contende la vittoria con un programma annacquato e rinunciatario o peggio con un’osmosi con la sinistra liberal (proprio come avviene a Bruxelles per mezzo del Ppe). La destra si afferma con un’agenda precisa e puntuale, alternativa e non speculare a quella dei progressisti.

L’esatto opposto, ripetiamo, del modello del governissimo, del “grande centro” mellifluo, del “draghismo” con o senza Draghi. L’esatto opposto di chi pensa – anche fra i moderati – a un nuovo capo dello Stato chiamato a blindare gli interessi “francesi” o lo schema del governo di emergenza ben oltre il 2023. «Vogliamo un patriota al Quirinale, non accetteremo compromessi», ha assicurato Giorgia. E così da Atreju è partito l’appello a tutti coloro che non accettano il declino della Nazione. A tutti gli altri, invece, l’avvertimento: «La pacchia è finita».

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