Autonomia differenziata, cosa prevede (veramente) la riforma del Governo Meloni

Sull'autonomia differenziata, è stato detto tanto. La maggioranza ha accolto la notizia dell'approvazione del ddl Calderoli con favore, dopo una lunga nottata al termine della quale è arrivato il sì definitivo della . In molti, tuttavia, hanno reagito in modo del tutto diverso: già prima della sua ufficiale approvazione, infatti, la sinistra aveva duramente oppugnato la proposta. Una proposta che, come è stato più volte fatto notare, era appartenuta anche al mondo dei dem e dei progressisti, dal momento che la riforma del Titolo V, alla quale la legge della maggioranza ora dà concreta e completa applicazione, era stata voluta proprio dal centrosinistra dell'epoca. In appena venti anni, la sinistra ha quindi totalmente cambiato il suo registro di comunicazione, soltanto perché adesso, a varare la riforma, è stata la destra, sicché l'opposizione è impossibilitata a prendersene i meriti.

Autonomia e premierato

Il fatto che anche la sinistra voleva proporre la riforma (ma non l'ha più potuto fare per ragioni di propaganda), che diversi governatori dem nel corso degli anni volevano dare avvio all'autonomia, che anche dal Sud (la Campania di De Luca) si fece richiesta per “sperimentare – parole estratte dal documento che il governatore dei lanciafiamme indirizzò all'allora premier Conte – forme e condizioni particolari di autonomia”; tutto ciò, si diceva, è a dimostrazione del fatto che l'autonomia non spacca il Paese, ma anzi lo rinforza, lo sottrae da un centralizzazione dei poteri che stava risicando i poteri degli altri enti locali, più vicini ai cittadini e quindi in grado di risolvere questioni concrete in modo migliore. Ma questo maggiore potere nelle mani delle Regioni, sarà comunque recintato da quello di un governo centrale più forte, come vorrebbe la riforma del premierato, in modo tale da controllare gli eccessi di governatori, per così dire, “vanitosi”.

Le venti materie

Molto si è detto, dunque. Ma cosa prevede nel concreto questa riforma? Si parte dall'attuazione del comma 3 dell'articolo 116 della Costituzione (che, per la , era stato modificato e impostato così com'è oggi proprio dalla riforma del Titolo V voluta dalla sinistra). Il suddetto comma prevede che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possono richieste da Regioni diverse da quelle speciali nelle venti materie elencate nell'articolo 117, tramite legge dello Stato. Ecco, dunque, la legge dello Stato richiesta dal centrosinistra del 2001. Tra le venti materie troviamo: rapporti internazionali e con l'Unione europea delle Regioni; commercio con l'estero; ; ricerca scientifica; tutela della salute; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione dell'energia; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale. Altre tre materie, inoltre, sono previste dal comma 3: organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull'istruzione, tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali.

I Livelli Essenziali di Prestazione

La richiesta dell'autonomia da parte delle Regioni che la desidereranno, dipende tuttavia dai cosiddetti Lep, i Livelli Essenziali di Prestazione, ovvero livelli di prestazione che lo Stato dovrà garantire a tutte le Regioni, indipendentemente dalla loro volontà di ottenere maggiore autonomia. Un modo, insomma, per non lasciare indietro nessuno, per non spaccare l'Italia in due, come invece sostiene la sinistra. I Lep saranno determinati in base alla pesa storica dello Stato in ogni Regione negli ultimi tre anni e saranno condizione imprescindibile per far partire l'autonomia rafforzata: in pratica, fino a quando lo Stato non provvederà a distribuire i Lep, nessuna Regioni potrà ricevere l'autonomia.

La clausola di salvaguardia

Ciò detto, c'è da dire che, una volta attenuta l'autonomia, le Regioni non diventeranno dei feudi indipendenti. Molti vincoli da parte dello Stato sono posti nel processo di trasferimento delle funzioni, sottoposto a un lungo iter di confronto tra governo, Parlamento e Regioni. Sarà necessario, infatti, il raggiungimento di un accordo con l'esecutivo della durata di dieci anni. L'accordo passerà al vaglio della Conferenza unificata, delle commissioni parlamentari e infine del Parlamento, che dovrà approvare con maggioranza assoluta. In più, il governo riserva per sé una clausola di salvaguardia, con la quale può sostituire la singola Regione in caso di adempimenti o violazioni gravi.

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La Redazione de La Voce del Patriota
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