Bitcoin, energia, geopolitica. Il Kazakistan tra vecchi e nuovi totalitarismi

Siamo alle solite. Il dispotismo orientale, l’onda lunga del “socialismo reale”, lo spettro della miseria. Dai primi di gennaio, il Kazakistan è il nuovo epicentro dell’ennesima crisi del mondo postsovietico. Una crisi economica e una crisi di democrazia, tra vecchi e nuovi totalitarismi. Dietro i gravi disordini che hanno provocato oltre 350 vittime nel gelido inverno kazako, ci sono la Cina e la Russia, i playmaker globali più influenti nell’area.

Popolato da 18 milioni di abitanti distribuiti su un territorio grande quanto mezza Europa, il Kazakistan si trova nel cuore dell’Asia centrale. Molto ricco di petrolio, gas naturale, uranio e metalli preziosi, il Paese è famoso anche per essere uno dei principali produttori mondiali di “bitcoin”, le criptovalute estratte attraverso dispendiose procedure elettroniche. Insieme ad Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e Tagikistan, è parte integrante del OTCS, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, ormai storica alleanza politico-militare a guida russa, erede dei vecchi equilibri sovietici.

Nella migliore tradizione postcomunista, il Kazakistan è formalmente una “repubblica presidenziale”, ma di fatto è una dittatura monopartitica in cui non esiste opposizione. Le elezioni si svolgono regolarmente assegnando al partito di governo la totalità dei consensi. Nonostante questo, l’economia del Paese è vulnerabile e il malcontento popolare frequente. Già nel 2016 la privatizzazione delle proprietà terriere scatenò proteste e tensioni sociali. All’epoca si temeva che la Cina avrebbe comprato tutto. L’inflazione subì una forte impennata e l’apprezzamento della moneta locale, il tenge kazako, scoraggiò i compratori stranieri e portò a un crollo delle esportazioni.

La crisi di inizio anno ha avuto, essenzialmente, tre cause scatenanti: la liberalizzazione del prezzo del gpl, e il consequenziale rialzo dei prezzi; la svalutazione della moneta nazionale, che ha improvvisamente soffocato i risparmi di tanti cittadini, impegnati nel pagamento dei mutui e con prestiti ormai insufficienti; infine, l’aumento del costo dell’elettricità, dovuto anche all’enorme quantità di energia impiegata nel “crypto-mining”, l’attività estrattiva delle criptovalute.

Come dicevamo, l’ex repubblica sovietica è una delle capitali mondiali dei bitcoin. Negli ultimi mesi si sono trasferite quasi 90 mila aziende specializzate, circa il 18% del mercato globale, attratte da una politica governativa che aveva fin qui favorito la costruzione di nuovi grandi server. Ma l’aumento del costo dell’elettricità ha fatto precipitare la situazione. La Kazakhtelecom, la principale compagnia di telecomunicazioni del Paese, ha bloccato l’accesso a Internet. Per scongiurare una crisi di approvvigionamento energetico, dovuta anche al rialzo del prezzo degli idrocarburi, il governo ha bloccato gli accessi ai social network, da Facebook a Whatsapp, da Telegram a WeChat. Oltre alla mancanza di informazioni in tempo reale, la chiusura di Internet impedisce alle società di crypto-mining di comunicare con  la piattoforma bitcoin, paralizzando una settore fondamentale per l’economia.

Secondo il Financial Times, nel 2021 il Kazakistan ha conosciuto il trasferimento di decine di migliaia di società di criptovalute, in gran parte provenienti dalla Cina, attratte dal basso costo dell’energia. Ma la delocalizzazione di così tante aziende ha generato un rialzo della domanda di energia, pari a circa l’8%, che ha messo subito in crisi la rete distributiva del Paese, con blackout e costanti interruzioni.

Come è noto, l’attività di estrazione di bitcoin è estremamente “energivora”, richiede il di molti computer impegnati nella continua elaborazione di complessi algoritmi che, a loro volta, richiedono altrettanti ventilatori impegnati a raffreddarli. Insomma, il bitcoin è un sistema di pagamento il cui valore complessivo è oggi pari a meno di 40 mila euro ma che per la scarsa trasparenza e la bassissima sostenibilità ambientale ha messo in crisi molti Paesi. In primis la Cina, ma anche Paesi come l’Iran e il Kosovo che tormentati da continue interruzioni energetiche hanno sospeso le attività estrattive in casa propria e hanno delocalizzato nel territorio kazako. E anche qui, adesso, si è spenta la luce.

La crisi kazaka infastidisce innanzi tutto Pechino che con l’ex repubblica sovietica ha una partnership strategica nell’ambito della “Via della Seta”. In questi giorni, finanche il presidentissimo Xi Jinping è intervenuto lamentando la presenza di “forze esterne” che creano disordini e instabilità e sostenendo la violenta repressione messa in opera contro i manifestanti dal governo di Qaym Jomart Tokayev, il delfino del vecchio e odiato presidente Nazarbayev. Pechino è probabilmente arrabbiata anche con Mosca che ha inviato i propri paracadutisti al fianco delle truppe kazake per presidiare quello che è considerato il “forziere dell’uranio” sia per la Russia che per la Cina. Putin, dal canto suo, non esita a sostenere autocrazie e regimi, Bielorussia docet,  che reprimono ogni forma di opposizione e dissidenza. In Kazakistan l’opposizione al regime di Tokayev è condotta in esilio da Mukhtar Ablyazov. Banchiere al centro di vari intrighi internazionali – come dimenticare, nel maggio 2013, il surreale rapimento avvenuto a Roma, con Enrico Letta a Palazzo Chigi, della moglie Alma Shalabayeva e della piccola Alua? – Ablyazov ebbe il merito di sollevare di fronte all’opinione pubblica internazionale lo scandalo della banca Atf svenduta, per lo scandaloso tramite di Unicredit, all’allora presidente Nazarbayev, l’ex dittattore kazako prediletto dal Cremlino e ancora oggi “ombra” di Tokayev.

La crisi kazaka è oggi una crisi economica, politica e umanitaria, in uno dei segmenti più vulnerabili del complicato equilibro asiatico. L’Occidente non resti a guardare e l’Europa, che in politica estera è abituata alla “scena muta”, dia qualche segnale di vita.

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