Quelli appena trascorsi sono stati giorni importanti sul fronte Brexit. Il nuovo premier conservatore Boris Johnson ha svolto le sue prime visite ufficiali all’estero, a Berlino e Parigi, per provare ad ottenere da Merkel e Macron un ammorbidimento della linea Ue sulla Brexit. Nel mio recente viaggio a Londra ho avuto modo di fare il punto sul processo dopo questo doppio appuntamento franco-tedesco. Ho dapprima incontrato Martin Callanan, già eurodeputato conservatore e co-presidente del gruppo ECR (Conservatori e Riformisti Europei) a cui Fratelli d’Italia aderisce, ora Sottosegretario per la Brexit nel governo di Boris Johnson. E il giorno dopo con il personale diplomatico della nostra Ambasciata ho fatto il punto sulle aspettative e le speranze della foltissima comunità italiana nel Regno Unito.

La sensazione generale è che, pur se con qualche timida apertura, il sentiero per un nuovo accordo sia davvero stretto, forse troppo. Il governo britannico garantisce di non voler reintrodurre una frontiera rigida tra le due Irlande ma continua a chiedere di eliminare dal precedente accordo (siglato da Theresa May e poi bocciato dal Parlamento) la parte sul cosiddetto “backstop”. Un punto necessario per ottenere i voti decisivi del partito unionista nord-irlandese (senza il quale Johnson non ha la maggioranza ai Comuni) ma che la Ue ritiene inaccettabile perché rischia di creare nuove tensioni e mettere in discussione gli accordi del Venerdì Santo. Di contro, la sensazione che da parte delle élite europeiste ci sia una sorta di accanimento strumentale rimane molto forte: chi ha osato mettere in discussione il dogma dell’Unione Europea deve essere punito senza sconti.

A questo si aggiunge il tema dei cittadini comunitari attualmente presenti in territorio britannico (centinaia di migliaia gli italiani) che dal 1 novembre, in caso di “no deal”, si ritroverebbero a tutti gli effetti nelle condizioni di migranti economici, sottoposti alle ferree regole sull’immigrazione del governo di Sua Maestà. In realtà il “deal” negoziato dalla May aveva dissipato dubbi e preoccupazioni, riconoscendo ai comunitari presenti su suolo britannico al 31 ottobre gli stessi diritti pre-Brexit, previa apposita registrazione. Ora la matassa si è ingarbugliata ma è sensazione diffusa che non sia interesse di nessuno, tantomeno del governo della corona, inasprire gli animi su un terreno sensibile per tutte le nazioni europee. I servizi consolari italiani svolgono comunque un prezioso servizio di supporto a tutti i nostri connazionali che avessero dubbi legati al loro status.
La nostra posizione rimane la stessa di sempre, improntata all’interesse nazionale.

Il popolo britannico ha votato e ha diritto a vedere rispettato il verdetto referendario. L’interesse italiano è quello di una Brexit ordinata, possibilmente a seguito di un accordo che garantisca un mercato aperto per le nostre imprese, tuteli i cittadini italiani residenti nel Regno Unito e non comprometta l’equilibrio faticosamente raggiunto al confine irlandese. E difenderemo questa posizione in ogni sede.