Sulla tragica vicenda di Stefano Cucchi – il giovane ragioniere romano morto il 22 ottobre del 2009 mentre era in custodia cautelare – è arrivata ieri l’attesa sentenza di primo grado che ha condannato per omicidio preterintenzionale i quattro carabinieri accusati della sua morte. Una storia lunga dieci anni che ha lasciato – anche per le immagini incredibili del corpo tumefatto di Stefano che la famiglia ha voluto mostrare subito come atto di denuncia – uno strascico infinito di polemiche e di divisioni laceranti anche all’interno delle stesse coalizioni politiche.
Proprio nelle ore immediatamente successive la notizia, Giorgia Meloni è tornata sulla vicenda pubblicando un post dove – come dieci anni fa, stringendosi alla famiglia della vittima e chiedendo verità e giustizia – ha qualificato la destra legalitaria, che deve manifestarsi e confermarsi anche davanti a fatti del genere: «Nel giorno della sentenza di primo grado di condanna di due carabinieri per omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi e altri due per falso e, in attesa di capire se ci saranno altri gradi di giudizio, voglio rimettere qui il comunicato stampa che feci nel 2009, pochi giorni dopo la morte di Cucchi, quando ero ministro della Gioventù – ha spiegato la leader di Fratelli d’Italia -. Ribadisco parola per parola quanto detto dieci anni fa. Vicinanza alla famiglia Cucchi. Lo Stato ha il dovere di fare piena chiarezza su fatti come questo. Chi sbaglia deve pagare, senza eccezioni, ma gli errori di alcuni non devono diventare il pretesto per attaccare l’operato di tutte le nostre forze dell’ordine».
Le stesse parole, in un contesto politico e sociale molto diverso, destarono molta attenzione e stupore nella stessa coalizione di governo (in cui ci furono esponenti, come Carlo Giovanardi, che sostenevano tesi come «Cucchi è un drogato: è morto perché anoressico»): «Fare piena luce su quanto accaduto rappresenta un imperativo. Questa vicenda – affermava in quell’ottobre del 2009 l’allora ministro Meloni – mette sotto esame la credibilità e la serietà delle forze dell’ordine e delle istituzioni, nonché la fiducia e la stima che i cittadini ripongono in esse: inutile sottolineare l’importanza che questo esame sia superato a pieni voti, nella massima correttezza e trasparenza».


Parole pesanti che non mancarono di irritare anche diversi “big” dell’allora centrodestra contro la “giovane” ministro ma che confermano, al contrario, lo cifra culturale e il dna della destra incarnata da Meloni: un mondo che riconosce da sempre l’autorità dello Stato ma che – proprio per questo motivo – non ha mai accettato e mai accetterà derive “sudamericane”, dove lo Stato, per mano di qualche suo organo o singolo, pensa di poter avere diritto di vita o di morte sui cittadini. Non accetterà mai anche perché, negli anni duri della contestazione, tanti giovani e meno giovani di destra hanno conosciuto l’arbitrio di chi ai tempi utilizzava spezzoni autoreferenziali dello Stato e la strategia della tensione per reprimere opinioni fino ad arrivare a stroncare vite.
Giustizia per Cucchi allora, è un modo non soltanto per garantire il sacrosanto diritto alla verità alla memoria della vittima e alla famiglia ma anche la prova che le forze dell’ordine sono un corpo fondamentale della Nazione da tutelare e da non mettere mai sommariamente sotto processo. Queste – come ha dimostrato la bellissima immagine del baciamano del Carabiniere ad Ilaria Cucchi dopo la lettura della sentenza – sanno riconoscere, senza tentannamenti, quando esistono dei singoli colpevoli che non possono macchiare l’onore della divisa.