Catastrofe ed Eugenetica finanziaria

Il termine “catastrofe” deriva dal greco καταστροϕή (capovolgimento) ed era usato con valenza tendenzialmente neutra per indicare l’esito risolutivo del dramma.

Ernst Jünger nel “Der Waldgang” edito nel 1951 (Trattato del ribelle, Adelphi), nell’elaborare la sua teoria della catastrofe, si chiedeva se essa fosse qualcosa insita nel destino dell’uomo e se, anzi, fosse autoprodotta proprio dagli interventi di quest’ultimo posti in essere al fine di evitarla. Con parole, che oggi sanno ancor più di profetico, scriveva: “Siamo davvero votati alla catastrofe? Siamo proprio obbligati, anche solo spiritualmente, a cercare le acque estreme, le cateratte, i maelström, i grandi precipizi? […] L’idea di attenersi alle strade sicure e prescritte dalla ragione con il proposito di non abbandonarle è certo allettante. Questo dilemma non manca di risvolti pratici, per esempio riguardo agli armamenti. Gli armamenti sono destinati all’eventualità di una guerra, soprattutto sono concepiti come misura di sicurezza. Ma a poco a poco si avvicinano a un limite oltre il quale essi stessi spingono alla guerra, e sembrano quasi attirarla. L’investimento, qui, arriva a un grado talmente elevato da condurre in ogni caso alla bancarotta. Un po’ come se ideassimo sistemi di parafulmini che finiscono per attirare i temporali”.

Così come la corsa agli armamenti in chiave difensiva porta inevitabilmente alla guerra, allo stesso modo la corsa agli investimenti “facili” – foraggiati con denaro a costo zero – conduce il sistema alla bancarotta. L’era “deviata” dei tassi negativi si appresta così al termine, come un banchetto luculliano ormai al dessert in cui l’ora del conto – assai salato – si avvicina; si tratta di capire chi dovrà pagarlo.

Eugenetica

Introduciamo, quindi, il concetto di eugenetica (dal greco da εὖ “buono” e γένος “razza”) ovvero l’insieme delle teorie e delle pratiche volte a migliorare la qualità genetica di una certa popolazione. Una scienza che ha avuto (sciagurate) applicazioni in diversi contesti storici e geografici, basti pensare a quanto narrato già da Plutarco nelle sue Vite Parallele, citando il sistema di norme alla base della rigida pedagogia spartana: “il figlio nasceva; ma il padre non era padrone di allevarlo, bensì lo prendeva e portava […] ove gli anziani della tribù, riuniti in consesso, esaminavano accuratamente il bambino. Se lo trovavano di costituzione sana e robusta, lo facevano allevare e assegnavano per il suo mantenimento uno dei 9000 lotti di terra; se sembrava loro malnato e deforme, lo spedivano a una voragine presso il Taigeto […] nella persuasione che quando uno non è stato dotato dalla natura subito fin dall’inizio degli elementi necessari per essere sani e robusti, non sia vantaggioso, né per lui né per la città, che viva”. Trasliamo ora la scienza eugenetica alla finanza aziendale.

Economia come Etica

Un’aneddotica che sembra sposarsi alla perfezione con la Weltanschauung germanica sviluppatasi all’ombra della catechesi protestante luterano-calvinista (in cui anche Jünger si era formato), ancor oggi più che mai vivida, ed in cui anche l’Economia viene vissuta come filosofia morale. In tale concezione, così come la crescita economica è vista come un’affermazione etica, di contro una recessione viene somatizzata come un insuccesso morale, una colpa. Non a caso, come noto, in tedesco il sostantivo Schuld designa insieme il debito e la colpa. Il debito è colpa e la colpa è debito; peggio ancora se debito pubblico ovvero “il debito che tutti devono pagare”.

In quella stessa visione protestante, val la pena aggiungere che la colpa non si lava col pentimento e la redenzione, in quanto quest’ultima è limitata soltanto a coloro che Dio ha eletto a priori a salvezza. Non vi è, insomma, possibilità di salvezza per chi non ha curato da principio la propria “colpa”, il proprio “debito”.

Ed ora che la BCE si trova contro le sue stesse previsioni (pochi mesi fa la presidente Lagarde aveva negato che ci sarebbero stati rialzi dei tassi nell’anno, poi aveva detto che ci sarebbero stati da settembre e più di recente, sconfessando nuovamente se stessa, prima del periodo estivo) nella necessità di rialzare i tassi, si farà guidare nuovamente dallo spirito della pietas cattolica o dal rigore delle chiese riformate? Sarà l’accelerazione inflazionistica il monte Taigeto dei debitori (pubblici e privati) impenitenti?

Sarà l’eugenetica finanziaria applicata (i) alle imprese “malnate e deformi” mantenute artificialmente in vita dal supporto “a pioggia” pandemico e pre-pandemico degli Stati e (ii) agli Stati stessi i cui debiti sono stati artificialmente alimentati dalle Banche Centrali?

Con la Green economy, saremo tutti più verdi o più al verde?

In attesa si manifesti lo Zeitgeist risolutore, sebbene non sia mai raffinato dire “io l’avevo detto”, soprattutto quando si anticipano spirali negative, mi piace semplicemente ribadire il pensiero basilare secondo cui l’inflazione (o meglio la sua aspettativa) in questo nuovo contesto si dovrebbe domare curando l’offerta più che la domanda, per quanto assai più complesso e dispendioso in termini di tempo.

Agire sulla domanda è facile, ma l’economia mondiale, volutamente ultra-indebitata, non può sostenere un rialzo eccessivo e immediato dei tassi di interesse, che rischia di portarla rapidamente in recessione. Alcuni segnali potrebbero già condurre a questa conclusione, come la riduzione della fiducia dei consumatori americani, il calo dei prezzi dei noli e la diminuzione della domanda di petrolio da parte della Cina; tanto è vero che molti economisti sostengono che il rischio di una contrazione economica in diverse economie occidentali è probabile già dal 3Q22. Basti pensare che nel mese di giugno, ancora in corso, la ricerca della parola “recession” su Google è aumentata di 10 volte rispetto al febbraio scorso. Viene quasi da pensare che sarà proprio la recessione la cura opzionata per l’inflazione.

Pertanto, più che raffreddare la domanda tramite un corposo rialzo dei tassi bisognerebbe aumentare l’offerta attraverso l’aumento della “produzione”. Aumentare “Q” oggi vuol dire, però, risolvere i problemi della catena di approvvigionamento e limitare l’aumento dei costi energetici inondando il mondo di petrolio, percorso abbastanza in salita se si mette contestualmente fuori mercato l’oil russo, iraniano e venezuelano.

Probabilmente Trump non avrebbe avuto problematiche nel supportare la risurrezione di tutte le aziende dello shale oil falcidiate dal crollo dei prezzi del petrolio di inizio pandemia, ma Biden, vincolato alla sua linea green, non può far altro che: (i) liberare le forniture di greggio accedendo alle riserve strategiche nazionali e (ii) aumentare la produzione di fonti di energia alternative. E’ chiaro, però, che il riequilibrio delle risorse attraverso il green è fatto a costi superiori a quelli dell’oil (e questo potrebbe addirittura ottenere l’effetto inverso dal punto di vista inflazionistico) e richiede tempo per ottenere risultati concreti.

L’unico rimedio attuabile, rimanendo nel lato dell’offerta, non è dunque aumentare la “produzione” ma la “produttività” che potremmo rappresentare come moltiplicazione di tre fattori: (i) capitale, (ii) qualità dell’azienda, cioè del contesto organizzativo e strumentale in cui i lavoratori sono inseriti e (iii) impegno dei lavoratori stessi. Come in ogni moltiplicazione, l’azzeramento di uno solo dei fattori porta il risultato a 0. Con questa premessa, la soluzione al nostro quesito sarebbe, dunque, puntare sulle aziende in cui la produttività marginale è massima e lasciare al loro destino quelle in cui è minima o addirittura negativa, sottrae cioè risorse al sistema: imprese zombie, aziende decotte, enti parassiti, etc. Eugeneticamente parlando, con coraggio politico, bisognerebbe decidere di non mantenere più in vita le strutture improduttive, ma supportare e favorire in ogni modo il trasferimento di capitali e lavoratori da queste ultime a quelle più produttive. Tutelare i lavoratori e, contemporaneamente, ottimizzare i flussi produttivi e dei capitali è possibile.

Catastrofe come Prova

Jünger, nel chiudere il paragrafo citato in apertura, scriveva: “Concludiamo così la nostra teoria della catastrofe. Non ci è concessa la libertà di evitarla, pur esistendo in essa una certa libertà. E’ una delle prove cui siamo chiamati”.

Non possiamo, in estrema sintesi, evitare la “prova” ma possiamo fronteggiarla e superarla, con le giuste scelte che, però, raramente sono le più facili.

ps: in attesa che queste tematiche “classiche” vengano sciolte, sui tavoli della FED e della BCE si incomincia a discutere già del prossimo problema ovvero di come liberarsi dell’ingombro di una parte, anche piccola, dei trilioni di dollari di titoli che hanno in pancia visto che, se scaricati sul mercato, sia pure gradualmente, assorbirebbero liquidità dal sistema, in un momento in cui l’economia sembra tutt’altro che pronta a riprendersi. Ma questa è un’altra storia.

Disclaimer: le riflessioni e le opinioni espresse nell’articolo sono puramente personali. L’articolo è dinamico, dunque soggetto ad aggiornamenti. Le fonti, per quanto a me noto, sono attendibili.

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