Censura social. La proposta di FdI per porre un argine alle big tech.

Le big tech ci vogliono mettere il bavaglio? Questa è la domanda che dovremmo porci di fronte alle derive di gestione delle piattaforme e social, che negli ultimi anni sono diventate le piazze virtuali su cui viaggia in prevalenza la comunicazione politica.

Facebook, twitter, instagram, veicolano i contenuti più disparati, sono mezzi di divulgazione del pensiero ormai universalmente utilizzati da ogni tipo di platea, qualificata o meno, e con ogni tipo di obiettivo: generalista, divulgativo, scientifico, politico, sociologico ed altro. Tuttavia la politica vi ha trovato il suo alveo naturale, rendendoli strumenti privilegiati e vi si esprime ormai con un impatto mediatico decisamente superiore a quello dei canali tradizionali, come tv e giornali.

Ebbene, in questo quadro, esiste una crepa profonda che sta mettendo a rischio la tenuta del sistema democratico.

Come è ben noto, le piattaforme social sono gestite da pochi soggetti privati in regime sostanzialmente monopolistico e, in assoluta autonomia, stabiliscono regole di policy per il loro utilizzo. Ci dicono cosa possiamo o non possiamo dire, quali sono i messaggi comunemente accettati, quali sono invece da ritenere sconvenienti e dunque da censurare.

E’ in questo modo che i grandi della comunicazione social partecipano in maniera sostanziosa e sostanziale alla costruzione del cosiddetto “pensiero dominante”. A questo si aggiunga che l’oligarchia che detiene la  proprietà delle piattaforme è portatrice di specifici e riconoscibili valori di riferimento, che spesso con troppa disinvoltura ritiene debbano essere l’unica matrice per la valutazione della congruenza dei messaggi che si devono veicolare.

Codificati i valori ed i principi di riferimento, tutto ciò che si interpone deve essere “bannato”.

Si aggiunge che la maggior parte dei contenuti veicolati sulle reti sono controllati da dei “bot”, robot che applicano automaticamente gli algoritmi dei social. In buona sostanza come funziona: la liceità del contenuto viene stabilita dai gestori, che impongono alla community di adeguarsi ai propri standard, poi gli stessi gestori creano gli algoritmi che determinano l’aderenza o meno dei contenuti alla policy aziendale e attribuiscono ad un robot l’esame dei contenuti stessi, senza alcun tipo di valutazione ponderata dall’uomo.

La sorte è segnata dalla policy e gestita dagli algoritmi.

La storia recente ci ha dato l’esempio plastico di quanto detto sinora, con la famigerata cancellazione da twitter nientemeno che del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, inviso a Zuckemberg.

E se l’Olimpo della comunicazione social arriva a togliere le piattaforme all’uomo più potente del mondo, come si comporta con i comuni mortali? Sostanzialmente in modo analogo: registriamo numerosissimi casi di profili e pagine bloccate di politici , di associazioni, di partiti, che sono andati incontro alla stessa sorte, o in via temporanea (facebook ti punisce e poi ti riabilita, facendoti nel frattempo però perdere grip con i tuoi followers) o in via definitiva (la morte social).

Chi ha avuto i mezzi per reagire alle ingiustizie lo ha fatto ricorrendo ad un giudice, ma molti, non avendo i mezzi, sono rimasti nel girone dei censurati a vita.  E’ accettabile, in un sistema democratico, che con un semplice colpo di spugna dato dalle big tech della comunicazione si possa silenziare improvvisamente e senza possibilità di appello un contraddittore politico?

Uno Stato di diritto mette in cima alla lista dei diritti fondamentali dei cittadini la libertà di espressione del pensiero, così come tutelata dall’art. 21 della Costituzione, occorre quindi porre argini alle derive censorie dei proprietari delle piattaforme.

Fratelli d’Italia ha depositato nella legislatura ormai conclusa una proposta di legge per vincolare i social network al rispetto della normativa interna in materia di libertà di comunicazione, proponendo un modello in cui si ribadisca la superiorità diritto interno, dei principi di libertà di espressione, di parità di trattamento e di non discriminazione. A ciò si aggiunge la necessità che i contenuti di natura sociale e politica veicolati sui social siano valutati da persone fisiche, vietando che questo compito venga affidato ai “bot”, sistema a cui è impossibile affidare l’analisi di messaggi politici complessi.

L’iter della legge non si è concluso, ma resta il fermo impegno di riproporre il testo  in questa nuova legislatura che si sta per inaugurare.

Il tema è di fortissima attualità e richiede grande attenzione, perché diritti e le libertà sono il metro della nostra civiltà e non possiamo consentire che questi vengano erosi senza opporre resistenza. Ciò che è in pericolo è il pensiero minoritario, il pensiero non conforme, che in quanto tale ha bisogno di un altissimo grado di protezione e non può essere lasciato in balia di chi si arroga il diritto di decidere, adottando il metodo del pollice verso, quali siano i contenuti che possono sopravvivere e quali siano i condannati a morte. E dunque, tornando all’incipit, chiunque voglia mettere bavagli, imporre opinioni, comprimere libertà, alterare  diritti, sappia che in Italia, la censura non c’è più, da molto tempo e di certo non si vuole tornare indietro.

A difesa della libertà e della dignità di ognuno

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