Oggi, 100 anni fa, Gabriele D’Annunzio compiva l’Impresa.
Alla testa dei suoi legionari entrava a Fiume.
Da quel momento e per 15 mesi la città sarà “citta di vita” ma soprattutto potrà chiamarsi “Fiume d’Italia”.
Non è poco cambiare la storia e realizzare un sogno. Non è solo poesia e arte, non è solo politica o avventura.
È italianità vera.
Quella di uomini e donne «che vivere senza gloria non sanno ma ben sanno morire».
Quell’italianità che è nel sangue. Sangue che ribolle di passione, sangue che scorre se è necessario, sangue che dà la vita.
Rosso come la bandiera di Fiume. Rosso contro il grigio della burocrazia, della vigliaccheria, del compromesso, della poltrona.
No caro lettore, non parlo di 100 anni fa.
Parlo di oggi.
Perché Fiume, pur vinta nello spazio, rimane come esempio di ciò che siamo.
E perché certi nemici rimangono gli stessi. Interni ed esterni.
“Io e i miei compagni non vorremmo più essere Italiani di una Italia rammollita dai fomenti transatlantici del dottor Wilson e amputata dalla chirurgia transalpina del dottor Clemenceau.
Quel che fu gridato al popolo di Roma in una sera di tumulto, vale anche per oggi, ancor più vale per oggi.
“Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti, non truffe. Basta! Rovesciate i banchi! Spezzate le false bilance!”.

E quando D’Annunzio occupa Fiume e la libera dalla cappa opprimente del compromesso innalzando il tricolore, la nostra Nazione, quella profonda, esulta e, se può, accorre per fare della “festa” in corso a Fiume quello che davvero è: il riscatto di una Nazione.
Vi pare poco?
Oppure va bene così? Oppure è giusto non fare niente, lasciar perdere ogni forma di amor proprio e rispetto per la nostra identità? In fin dei conti va così tanto di moda essere vili e servi che le parole di Mazzini, di oltre 150 anni fa, sembrano sempre troppo tristemente attuali:
“[se fossimo degni] forse il nostro nome non suonerebbe oggetto di scherno, o di sterile compassione, sulla bocca dello straniero. Li sentite ridere fra loro dicendo: “guarda l’Italia…”? e ridere di noi?”.
Non cambia mai nulla.
Siamo servi e siamo derisi, siamo camerieri degli stranieri e ci buttano un tozzo di pane.
Ma noi siamo italiani.
Siamo il genio, siamo le imprese, siamo le individualità che, quando riescono a unirsi, diventano esempio per il mondo.
D’Annunzio si mette alla teste di un gruppo di eroi e disobbedisce.
“Disobbedisco” non significa “non faccio niente, non m’importa, rimango indifferente”, significa “anche se tutto va male non mi arrendo e cambio la storia”, significa “a un ordine che mi impone di essere misero e schiavo di vergogna e stranieri disobbedisco e riconquisto libertà, dignità, onore”.
Significa fare Politica.
E allora oggi è di nuovo il momento di disobbedire.
Oggi, e non so se c’è un D’Annunzio che sappia guidarci, le parole del Vate danno voce all’Italia che ancora esiste, resiste e ci invoca:
“Agli Italiani l’Italia viva e vera grida oggi, nel senso della prova e della lotta: “Levatevi, e non temete”. Siamo tutti levati, i primi come gli ultimi; e non temiamo».
In piazza, sui posti di lavoro, a scuola, ovunque sia necessario degli italiani non temono e non si arrendono.
Degli italiani non hanno paura di immaginare, rischiare, riuscire.
Perché “Noi siamo d’ un’altra Patria e crediamo negli Eroi”.
E l'”altra Patria” è l’Italia.
La nostra Italia.
Quella immortale.
Quella di D’Annunzio e tutti gli altri eroi di ieri.
Quella che sapremo costruire facendoci eroi.
100 anni fa l’Impresa di Gabriele D’Annunzio.
100 anni dopo, oggi, la nostra.