Combattere o soccombere davanti al virus del “politicamente corretto”?

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In nome dell’antirazzismo forzato e forsennato si abbattono, in pieno stile talebano, le statue di personaggi storici di mezzo mondo, cercando così di uccidere quella parte di storia che non piace e, con la stessa filosofia ideologica, si da del razzista a chiunque si rifiuti di inginocchiarsi davanti alla moda culturale del momento lanciata dall’establishment e dai media mainstream della “verità assoluta”.
Ormai, come denunciano in molti, compresi i 150 intellettuali di sinistra con una lettera aperta sul New York Times, stiamo diventando tutti vittime del “politicamente corretto”; una sorta di pensiero unico che limita la libertà intellettuale delle persone e ci spinge a pensare tutti allo stesso modo.  Un pò come avviene nei regimi militari, dove le opinioni diverse non vengono tollerate.
In Italia, in particolare, dovremmo svegliarci dal torpore ed iniziare ad affrontare questo problema. Quello che sta accadendo alle statue, ai monumenti, alle intestazioni di vie nel nome del politicamente corretto, è intollerabile e molto pericoloso. Si pretende di cancellare il passato, considerato “scomodo”, sfregiando ed abbattono monumenti pubblici di personaggi come Indro Montanelli e Cristoforo Colombo perché considerati razzisti o omofobi, non capendo che la storia non può essere giudicata con gli schemi del presente ma va contestualizzata nel periodo storico a cui appartiene. Le statue devono aiutarci a ricordare ciò che siamo stati e la loro presenza serve a farci capire da dove veniamo e cosa abbiamo alle nostre spalle. Non necessariamente quello che rappresentano è sintomo di condivisione ed apprezzamento.
La dittatura del politicamente corretto e del pensiero unico in Italia ormai è anche nelle piccole cose; qualche giorno fa una nota casa di moda italiana, presente in tutto il mondo, ha dovuto ritirare dal mercato un maglione e chiedere scusa pubblicamente perché è finito nella gogna mediatica con l’accusa di essere razzista ed offensivo nei confronti neri. La solita parodia dei bianchi schiavisti e razzisti che opprimono e sfruttano i poveri neri. Per lo stesso motivo, ormai,  è sempre più raro trovare sui giornali notizie di cronaca che coinvolgono immigrati irregolari o extracomunitari: si può scrivere che un americano è stato arrestato per omicidio ma non si può scrivere, ad esempio, che in Italia la è diventata una minaccia, che un tunisino è stato arrestato per spaccio o che un senegalese è accusato di stupro, perché altrimenti il giornalista rischia l’etichetta da razzista. Sembra assurdo ma queste cose accadono ormai quotidianamente a causa del politically correct che sta condizionando il nostro modo di vivere, di pensare e di esprimerci.
La deriva del politicamente corretto spinge le masse a sposare cause in maniera robotica, spesso ignorandone il significato. Mi domando, però, se in questo particolare momento storico, dove l’umanità è chiamata ad affrontare problemi esistenziali, ha senso crearne di nuovi e trascinarci tutti, indietro nel tempo, agli scontri di razze, di colori e di etnie. Ritengo di no. Non credo che serva mettersi ipocritamente in ginocchio, rinnegare la propria storia e ciò che siamo stati. Non sta scritto da nessuna parte che bisogna distruggere la propria cultura per rispettare quella altrui.
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