souad sbai
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Oggi, 29 novembre 2019, un altro giorno di violenza contro le donne, in particolare contro quelle immigrate provenienti dai paesi del Maghreb. Una realtà di cui si parla sempre troppo poco e nei confronti della quale si continua a fare ancora meno.

Risale al 2015 un servizio televisivo trasmesso dal programma “La Gabbia” di LA7, dove si racconta il dramma vissuto a Milano, nella più moderna ed europea delle città italiane, da Bouchra, giovane marocchina allora 34enne, picchiata dal marito egiziano perché studiava la lingua del paese dove viveva da 5 anni. Per Bouchra, apprendere l’italiano era anche un modo per trascorrere la giornata, poiché le era proibito uscire di casa dove viveva da reclusa. Il gentil consorte era infatti solito chiudere la porta a chiave per impedirle di avere contatti con l’esterno.

Dopo aver subito le ennesime sevizie, per esser stata colta in flagrante con gli esercizi d’italiano mentre la cena non era ancora pronta, Bouchra ha trovato il coraggio di ribellarsi, anche grazie al supporto di ACMID-Donna, e di rivolgersi ai carabinieri, che hanno fatto il resto, arrestando il marito-padrone e garantendo protezione alla giovane e alla sua bambina.

Una storia a lieto fine che purtroppo è ancora l’eccezione e non la norma. Il dolore e l’umiliazione del viso gonfio, degli ematomi e delle ferite, le lacrime e il sangue di Bouchra nel suo ultimo giorno di schiavitù e sottomissione, continuano a rappresentare la normalità nella vita della maggioranza delle donne maghrebine in Italia.

Le donne intercettate in strada a Milano nel 2015 dalla giornalista de “La Gabbia”, che si rifiutavano di essere intervistate o dichiaravano – magari dissimulando – di non conoscere per nulla o di non parlare bene l’italiano, sono ancora lì, con il velo obbligatorio e la paura d’interagire con il mondo circostante, nel timore d’incorrere nelle punizioni corporali dei maschi adulti della famiglia.

Sempre lì, nelle stesse rivendite di kebab filmate dalle telecamere di LA7, si trovano i mariti, i padri e i fratelli, che esaltano le loro donne quali “padrone della casa” (o “al centro della famiglia”, come disse Beppe Grillo, riferendosi beffardamente alle connazionali iraniane della sua ben più fortunata consorte). Una posizione, quella di “padrona della casa”, che comporta la non titolarità dei diritti e delle libertà fondamentali, ma solo l’obbligo di lavare, stirare, fare da mangiare (perché “io ho fame” diceva il marito di Bouchra) e, ça va sans dire, d’indossare il velo.

Studiare? Non se ne parla. Già l’italiano è proibito, figuriamoci il completamento di un percorso scolastico almeno fino alla maturità. L’integrazione è una pretesa, analfabetismo e ignoranza sono invece una virtù. Così, il 60 percento delle giovani maghrebine non va a scuola: è questo il prezzo da pagare per essere “padrone della casa”.

In questo la religione non c’entra, ma viene strumentalizzata dal fondamentalismo, come quello dei Fratelli Musulmani, per assegnare un sigillo “divino” alla condizione di sottomissione e alle violazioni dei diritti umani che le donne, in quanto tali, devono subire.

Ribellarsi, tuttavia, è possibile. Bouchra lo ha dimostrato. Donne maghrebine in Italia, seguite il suo esempio e denunciate le violenze fisiche e psicologiche perpetrate ai vostri danni in ambito familiare. In questo potete contare su un alleato formidabile, sempre al vostro fianco: la Confederazione dei Marocchini in Italia, che insieme ad ACMID-Donna ha in programma di realizzare nuove iniziative di assistenza e supporto per quante di voi è vittima di abusi e soprusi. Non soffrite in silenzio, ma siate davvero padrone della vostra vita.