Conservatori nel nuovo millennio, custodi del futuro

“Noi nasciamo con i morti: Ecco, essi tornano, e ci riportano con loro. Il momento della rosa o quello del tasso Hanno eguale durata. Un popolo senza storia è una trama Di momenti senza tempo.” T. S Eliot, Little Gidding, 1942

“Conservare il futuro”, una locuzione che, per quanto a prima vista possa sembrare un paradosso temporale o un nonsense logico, è in realtà un'immagine mentale d'immediata comprensione, quantomeno a chi abbia una minima maturità critica.

Per altri, spesso spinti più dalla malafede che dalla superficialità, il termine “conservatore” richiama alla memoria solo un ambiente polveroso, uno sterile barricamento a difesa dello status quo, uno sguardo perennemente rivolto alle spalle.

Nulla di più falso, nulla di più menzognero.

Conservare, vuol dire infatti custodire, proteggere, preservare, aver cura; ancor più è bene menzionare che conservare, osservare e servire hanno la stessa radice etimologica. E, per i Conservatori, il bene in custodia, da osservare e servire, è ciò che di più alto plasma una comunità: il valore della tradizione e dell'esperienza storica, l'eredità viva della memoria, delle arti, della lingua e della sapienza; tutto ciò che integra ed aggrega gli individui nel proprio gruppo di appartenenza che in un'unica parola è la Nazione.

La Nazione da conservare, come abilmente sostenuto da Sir Roger Scruton, in chiave moderna trascende però la sua origine etimologica di “natio”, intesa come mero luogo di nascita, divenendo più ampio sinonimo di di valori non negoziabili, simbiosi culturale e indipendenza sovrana, unico possibile grembo di democrazia.

La democrazia odierna, infatti, è nata e si è sviluppata proprio nei cd. Stati-Nazione e va sfumando quando gli Stati-Nazione lasciano terreno alla tecnocrazia senza mandato di rappresentanza e al globalismo imposto da anonime plutocrazie.

La Nazione è madre della democrazia, le ha dato vita e ne è custode.

Dunque, i Conservatori non sono chiamati a custodire tutto il passato, né sempre a prescindere, ma solo l'essenza meritevole, il cuore pulsante, e con uno sguardo critico rivolto al futuro, mai ostile a priori ai fenomeni culturali e sociali innovativi, mai scadendo nel tribalismo e nell'intolleranza.

Un buon Conservatore interpreta la realtà in cui è immerso, non si lega a feticci intellettuali né si inchina a una gretta ideologia, ma è tenuto a setacciare e proteggere i tesori del passato trasmettendoli alle nuove generazioni quali solide basi per un futuro veramente libero.

E così si giunge a quello che può sembrare un ulteriore paradosso, almeno a prima vista, ovvero che un Conservatore possa essere nei fatti più riformista di un Progressista. Se il progresso nasce, infatti, dall'odio e dal cieco rifiuto dei valori fondanti della nostra società, non è vero progresso ma regresso. Il neo-progressismo mondialista di oggi, ossessionato dal creare il “sarà” superando semplicemente tutto ciò che “è” ed “è stato”, degrada più verso una malattia che una cura, una fissazione patologica di un mondo che odia se stesso.

Non è progresso l'oikofobia, ovvero il ripudio della propria rispetto alle altre, non è progresso la costante abdicazione della sovranità popolare alla burocrazia spersonalizzata degli organismi transnazionali, non è progresso la decadenza dello spirito, non è progresso l'utilitarismo materialistico, non è progresso l'indifferenza alle specificità caratterizzanti una comunità, parimenti non sarà l'egualitarismo antimeritocratico a salvare i popoli né la moda dell'inclusività, distorta fino al punto di divenire esclusività.

Non si può pretendere di correre in avanti amputandosi le gambe su cui ci si regge, non si può esser padroni del proprio destino rifiutando sé stessi.

Il Conservatore non presti, dunque, attenzione a coloro che urlano di spegnere gli incendi dopo che li hanno appiccati.

Non ripudiando il passato, non temendo il futuro, tutte le tematiche più complesse dell'odierno tempo (aborto, eutanasia, , parità di genere, omosessualità, razzismo, etc.) possono essere affrontate con serena coscienza, razionalità, indipendenza e coraggio, incontrando lo sguardo altrui senza mai schivarlo.

Dibattito surreale tra un Progressista ed un Conservatore.

Molti e molti anni più avanti, il dibattito mutò in astio. Il Progressista assertivamente ribadiva che fosse solo un vecchio rudere d'abbattere, un orpello del degrado. Il Conservatore ribatteva, con altrettanta convinzione, che fosse un simbolo del passato, antico non vecchio. Il Progressista argomentava che bisognava lasciar spazio al futuro, radere al suolo quella struttura pericolante e pericolosa, per costruire un moderno centro polifunzionale, inclusivo ed ecosostenibile. Il Conservatore dissentiva, preferiva rimanesse così. Il Progressista, convinti i più che quel rudere fosse un costante emblema di schiavitù e soprusi, finalmente ne ottenne l'abbattimento. Quel rudere era il Colosseo.


Letture consigliate:

  • Manifesto dei conservatori, Roger Scruton, 1980-1984, 2007, Raffaello Cortina Editore
  • Western Self-Contempt: Oikophobia in the Decline of Civilizations, Benedict Beckeld, 2022, Cornell University Press
  • La strana morte dell'Europa, Douglas Murray, 2018, Neri Pozza Editore
  • Manifesto dei conservatori, Giuseppe Prezzolini, 1971, Rusconi Editore
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