Coronavirus, i Servizi avvertono: pericolo di rivolte sociali.

Giorni fai i nostri Servizi di sicurezza e informazione lasciavano trapelare un problema da poco: il flusso informativo diretto verso il capo politico della intelligence italiana, ovvero il presidente del consiglio Conte, non era fluido e immediato o, almeno, non quanto dovrebbe. In parole povere, parafrasavano semplificando alcuni osservatori: i Servizi non riescono a parlare con Conte.

Il che, non serve un analista politico per capirlo, è tra le cose più gravi che possano accadere in merito alla tenuta della sicurezza nazionale. Ciò è emerso pochissimi giorni fa in un comunicato del Copasir, nel quale si richiede al Presidente del Consiglio, in parole semplici, di dare indicazioni precise per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Questo segue alla presentazione ad inizio marzo del disegno di legge depositato dal vicepresidente del Copasir, il Senatore Adolfo Urso di Fratelli d’Italia, che mira sostanzialmente ad imporre al premier di nominare una autorità delegata che si occupi dei Servizi (facoltà che è già prevista dalla legge ma è, appunto, a discrezione del presidente del consiglio) e alla dichiarazione del presidente del Copasir Volpi, durante una lectio ad un master sull’intelligence del 21 marzo, in cui ha affermato che, data l’emergenza, servirebbe una autorità delegata esclusivamente alla sicurezza del Paese.

Insomma, come si dice, bene ma non benissimo. Come tutta la macchina messa in campo da questo governo, anche questo ingranaggio sembra non girare adeguatamente, il che se è di per sé un problema, lo diventa ancora di più alla luce delle informative che i servizi mandano in queste ore.

Siamo al 28 del mese, gli aiuti economici del governo per la gente non si sono visti. I soldi non sono arrivati. Non è questione di demagogia ma di portafogli vuoti: non tutti sono statali con lo stipendio garantiti, non tutti sono impiegati di multinazionali. C’è una enorme fetta di popolazione, da piccoli commercianti, impiegati in piccole aziende, liberi professionisti (senza dimenticarci chi lavora purtroppo a nero) che non possono semplicemente permettersi il lusso di star a casa aspettando che la bufera passi. Per questi il governo ha preso degli impegni, ma ad ora i fatti sono pochi.

Non è un caso quindi che in queste ore si mormori dell’ipotesi di sommosse e rivolte popolari, spontanee ed organizzate (dalla malavita organizzata), soprattutto nel centrosud, dove l’economia sommersa sfama non poche persone. Parliamo, stando ai dati Istat di 3.7 milioni di lavoratori irregolari, di cui l’80% è al sud. Queste persone vivono di nero, è vero quindi rientrerebbero difficilmente negli aiuti del governo; ma è anche vero che a queste persone si assommano i lavoratori in difficoltà, che magari sostengono la famiglia intera, e che si aspettano legittimamente risposte concrete, fatti, dal governo.

Ad ora, a parte una incessante sequela di dirette Facebook, dal governo non sta arrivando molto altro. Ci sarà un ritardo anche in questo caso? E quanto ci costerà?

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