Coronavirus, OMS: “migranti vanno inclusi in sanità pubblica nazionale”

Sono tante le domande di carattere medico-scientifico che non trovano risposta, ma la necessità di fare chiarezza ci spinge a rivolgerci a fonti autorevoli. In questo tentativo di mettere ordine alle idee, abbiamo consultato The Lancet, ed è subito risaltato all’occhio un articolo riguardante “La salute dei rifugiati e dei migranti in reazione al Covid-19”, pubblicato il 31 marzo. Qui sono contenute le considerazioni e le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Salute (Ufficio regionale per l’Europa), che tuttavia ci hanno lasciato più interrogativi che certezze.

Infatti, nel tentativo di abbassare la curva dei contagi derivanti da Covid-19 praticamente tutti gli Stati del mondo hanno messo in atto delle restrizioni agli spostamenti sul territorio nazionale e chiuso i confini. Queste misure hanno avuto delle ripercussioni anche sugli spostamenti di immigrati e rifugiati, pertanto l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e l’UNHCR hanno annunciato, lo scorso 10 marzo, che i viaggi di ricollocamento per i rifugiati sarebbero stati temporaneamente sospesi. Allo stesso tempo, queste agenzie internazionali evidenziano come tali misure potrebbero condurre a casi di respingimento dei richiedenti asilo, che costringerebbero questi ultimi a fare ritorno nella propria terra di origine.

Il 31 marzo il Covid-19 aveva raggiunto 203 Stati, aree o territori nel mondo e 2 navi da crociera (https://www.worldometers.info/coronavirus/#countries), pertanto tutti i governi a livello globale dovrebbero mettere in atto misure di contenimento ed evitare che le persone compiano spostamenti nel proprio territorio o fuori da esso. Di conseguenza, anche le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono state sospese, perché le nazioni di approdo (Italia e Spagna in testa, che stanno fronteggiando le situazioni più difficili), hanno sottoposto la popolazione ad isolamento e ridotto al minimo gli spostamenti. Tuttavia, gli autori dell’articolo rimangono molto sorpresi dalle misure messe in atto dai governi, in particolare di quelle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo: “le poche operazioni di ricerca e salvataggio condotte prima dei blocchi a livello nazionale COVID-19 hanno portato all’immediata quarantena dei migranti nei centri di accoglienza. Queste misure sono state prese anche se in quel momento in Africa non esisteva un caso confermato di COVID-19. In effetti, alcuni rifugiati e migranti viaggiano da paesi non ancora sostanzialmente colpiti da COVID-19 e stanno entrando in paesi con un numero crescente di casi COVID-19”. E qui, non torna qualcosa: la quarantena è una misura in primo luogo preventiva e dunque va applicata a tutti, anche e soprattutto a coloro che non sono stati colpiti dal Covid-19. Urbi et orbi, nessuno escluso. Come possono essere considerate pratiche discriminanti se proteggono proprio chi arriva in un territorio infetto?

Basta scorrere poco più avanti per rendersi conto che quanto viene affermato è abbastanza contraddittorio: “Le prove dimostrano che questa popolazione vulnerabile (rifugiati e migranti, ndr) ha un basso rischio di trasmissione di malattie infettive rispetto alla popolazione ospitante in generale”; che è esattamente l’opposto della frase seguente: “Tuttavia, i rifugiati e i migranti sono potenzialmente a maggior rischio di contrarre malattie, tra cui COVID-19, perché in genere vivono in condizioni di sovraffollamento senza accesso ai servizi sanitari di base. La capacità di accedere ai servizi sanitari in contesti umanitari è generalmente compromessa ed esacerbata dalla carenza di medicinali e dalla mancanza di strutture sanitarie”. Per risolvere il mistero, abbiamo controllato le fonti: la prima parte è stata ricavata da un report del 2018, il “Report on the health of refugees and migrants in the WHO European Region”, ossia il Report sulla salute dei rifugiati e dei migranti elaborato dall’Ufficio regionale europeo dell’OMS, mentre la seconda parte è ricavata dalle considerazioni dell’OMS sull’epidemia attuale. Di conseguenza, come è possibile adottare considerazioni di due anni fa e considerarle ancora valide se l’odierno contesto europeo è totalmente diverso? Le variabili cambiano, e di conseguenza anche la risposta deve essere diversa.

Siamo tutti a conoscenza delle precarie condizioni dei campi profughi: sovraffollamento, assenza di servizi come acqua, sapone, luoghi puliti, scarso personale medico. E infatti gli autori affermano che “le misure di base di sanità pubblica, come l’allontanamento sociale, la corretta igiene delle mani e l’autoisolamento non sono possibili o estremamente difficili da attuare nei campi profughi. Se non vengono messe in atto misure immediate per migliorare le condizioni, la preoccupazione per lo scoppio di COVID-19 nei campi non può essere sopravvalutata. Per determinare l’estensione del rischio di introduzione e trasmissione di COVID-19 in tali insediamenti, è necessario effettuare valutazioni del rischio epidemiologico specifiche del sito, unitamente ai protocolli di gestione dei casi e, se necessario, al rapido dispiegamento di squadre di risposta alle epidemie”. Contenimento, come nel resto d’Italia e del mondo.

Come mai gli autori nello loro conclusioni affermano che “non devono esserci rimpatri forzati e respingimenti giustificati o basati su paure o sospetti di trasmissione di COVID-19, soprattutto perché si stima che ci sia un basso rischio di trasmissione di malattie trasmissibili da popolazioni di rifugiati e migranti rispetto alla popolazione ospitante”, basandosi nuovamente sul citato Report del 2018? E ancora, “rifugiati e migranti devono essere inclusi nei sistemi sanitari pubblici nazionali, senza rischi per loro di conseguenze economiche o legali. Questo approccio è della massima importanza, in quanto non può esserci salute pubblica senza salute dei rifugiati e dei migranti”. Ma questa non è situazione ordinaria. Perciò, viene da domandarsi che parte svolgano i migranti e i rifugiati in questa storia. Non è stato detto loro dei rischi che corrono nell’entrare (più o meno legalmente) in un Paese che è infetto? Che nessun governo può proteggerli dal contagio se loro stessi non attuano le misure imposte alla popolazione?

Questo sarebbe il messaggio più giusto da inviare a queste popolazioni vulnerabili. Perché il sistema sanitario nazionale di ogni nazione del mondo, oggi, è vicino al collasso, e non ha bisogno di rimproveri o linee guida confuse. Il sistema sanitario ha bisogno di comportamenti responsabili da parte di TUTTI. È questo l’unico messaggio che ci saremmo aspettati dall’OMS.

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