Corsie preferenziali, disparità di trattamenti e limitazioni delle libertà. Ecco il DDL Zan.

Con il 1° Maggio è stata persa l’occasione per aprire un’importante discussione sul sacrosanto diritto che ogni persona dovrebbe avere di lavorare, diritto che al giorno d’oggi sembra essere più che altro un privilegio. Si è scelto invece di discutere di una tematica che, rispetto all’emergenza lavorativa, presenta dei numeri infinitamente minori: l’omotransfobia. È stata però rivelata, al tempo stesso, un’attitudine, tanto pericolosa quanto ben mascherata, che si sta consolidando attorno al discussissimo Ddl Zan.

Il Disegno di legge presentato dal deputato Alessandro Zan viene descritto, dai suoi sostenitori, come legge di civiltà a sostegno dei diritti umani e delle libertà personali. Concetti solenni che evocano immediata autorevolezza e che vanno a cercare un obbligo del consenso in quanto costituiscono le basi dello Stato di diritto. Concetti che, però, dovrebbero essere usati con moderazione e non certo essere sfruttati per meri fini politici.

La veemenza con cui il rapper Fedez ha imposto ai vertici Rai di fare un comizio politico e la rabbia con la quale lo ha poi tenuto durante il concerto per la festa dei lavoratori, ha dimostrato con quale approccio questi concetti vengano impiegati.

Nonostante diritti e libertà siano alla base di ogni democrazia, sono sempre più frequentemente rivendicati da un certo schieramento politico-culturale, come se fosse stata loro concessa una sorta di esclusiva. Questo comportamento, tipico della sinistra radicale e progressista, tende a non ammettere contraddittorio e a non tollerare pensieri discordanti.

Come abbia fatto la sinistra ad appropriarsi dei diritti e delle libertà è presto detto. Li ha svenduti, regalandoli a chiunque glieli chiedesse. Così facendo si è sempre resa disponibile ad intestarsi ogni battaglia “di civiltà”, qualsiasi potesse essere il costo sociale ad essa collegato. Ma i diritti umani e le libertà personali non sono bandierine da sventolare ai comizi, sono le fondamenta dello Stato di diritto.

La loro origine risale alle date che hanno fatto la storia dei vari Stati nazionali. Dall’Habeas Corpus Act al Bill of Rights, dalla Dichiarazione d’Indipendenza Americana fino alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Il solco seguito durante i 3 secoli in cui questi atti rivoluzionari segnavano la storia dei rispettivi Paesi, e dell’intero occidente, era essenzialmente unidirezionale.

La conquista dei diritti umani veniva sancita dall’approvazione di leggi a difesa della persona, dove i diritti venivano intesi come libertà dall’arbitrio del potere. Queste leggi servivano dunque a proteggere i più deboli dagli abusi dei più forti, costruendo in questo modo le fondamenta delle democrazie moderne.

La retorica contemporanea dei diritti e delle libertà ha però stravolto gli impianti normativi originari. Si è passati infatti da diritti intesi come scudo di difesa a diritti branditi come armi per rivendicare l’ottenimento di un determinato status giuridico.

Ed è proprio questa la menzogna da smascherare. I diritti non possono essere rivendicazioni, imposizioni ed emancipazioni di una minoranza. I diritti devono tutelare quella minoranza affinché abbia lo stesso trattamento della maggioranza. Ma non è quello che chiede la sinistra. La sinistra chiede corsie preferenziali, disparità di trattamenti e limitazioni delle libertà, ed il caso specifico non fa eccezione.

Il Ddl Zan infatti presuppone l’autodeterminazione di genere (Articolo 1), l’introduzione di vincoli alla libertà di espressione (Articolo 4) e l’imposizione dell’ideologia Lgbt nelle scuole (Articolo 7). Nulla di più distante da quel concetto di diritto inteso come “libertà da”. Per inasprire le pene legate all’incitamento all’odio, alla violenza ed alla discriminazione verso una categoria, non servivano 10 articoli, bastava un piccolo emendamento alla legge Mancino.

Ma la sinistra non voleva davvero difendere i diritti umani. Alla sinistra interessava propagare quella visione del mondo senza confronto, dove la cultura del politically correct viene eretta a dogma incontestabile.

L’errore della sinistra, al netto delle proprie ambizioni egemoniche e della presunta superiorità morale, sta nel fatto che nessuno può decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Nessuno può decidere di limitare la libertà degli altri perché infastidito da valori culturali di matrice differente. La sinistra non può sperare di mettere fuori legge la contrarietà alle politiche Lgbt.

Si provi per un attimo a pensare ad un Ddl opposto in termini di identità di genere, libertà di espressione e messaggi trasmessi nelle scuole. Perché una minoranza deve avere certi diritti mentre ad un’altra non solo gli sono negati, ma ne perderebbe addirittura alcuni tra quelli acquisiti? Perché i diritti umani dovrebbero riguardare la categoria Lgbt e non la categoria Pro vita? Chi può decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Come già scritto, nessuno può prendere una decisione simile, in quanto i diritti umani e le libertà personali non nascono per assegnare privilegi, ma per difendere i più deboli.

Giovanni Crosetto
Laureato in Economics all'Università degli Studi di Torino, Responsabile Media e Comunicazione per Regione Piemonte.
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