Delirio USA: il genocidio degli indiani colpa di Cristoforo Colombo, non degli yankee.

No, non il tenente Colombo, anche se questa storia è così fantasiosa che sarebbe degna di un episodio di uno sceneggiato poliziesco. Stiamo parlando del povero Cristoforo Colombo, gloria della storia della navigazione, celebrato da tutte e due le parti dell’Atlantico e nel resto del mondo come straordinario esploratore.

Questo fino a pochi giorni fa. Perché ora, secondo l’ultimo delirio del politicamente corretto Usa, è in realtà il responsabile del “più grande genocidio della Storia”. Il più grande genocidio sarebbe quello dei nativi americani. Tutti. Sì, proprio tutti: Inca, Maya e Toltechi fino agli Apache, Uroni e Sioux. Li ha ammazzati tutti lui. Avendo “scoperto” (secondo lui) l’America, avrebbe poi attratto in quelle lande tutte le potenze europee di allora e avventurieri, colonizzatori, pirati, evangelizzatori, conquistadores e cow-boys che hanno sistematicamente depredato, cacciato, sottomesso e ucciso quelli che, appunto, ci stavano prima.

Qualcuno potrebbe dire che lo sterminio è colpa di chi lo ha fisicamente e a più riprese compiuto, per cinque secoli, sotto tutti i governi e con l’approvazione dell’opinione pubblica yankee, che ha premiato e glorificato i massacratori di tutte le epoche, instupidendosi (e instupidendo noi) con film sull’epopea del far-west dove gli indiani vengono presentati come selvaggi, primitivi, crudeli, torturatori e anche un po’ beoti e tendenti all’alcolismo. I primi ti vendevano terre e pelli per perline colorate, gli ultimi per una bottiglia di acqua di fuoco. Per fortuna alla fine, a vendicare il massacro dei poveri coloni biondi e a liberare le belle ragazze rapite e asservite come squaw, arrivavano “i nostri” al suono di tarà-tarà-taràtaràtarà!

Ma i tempi delle sparatorie non sono così lontani. Nel febbraio del 1973 200 membri dell’American Indian Movement occuparono Wounded Knee e resistettero per mesi all’assedio dei federali. Ci furono anche dei morti, tra cui un capo assassinato in circostanze non chiarite.

Comunque, finalmente è fatta. Il giorno 11 novembre 2018, con un gesto di grande coraggio, il comune liberal di Los Angeles (che ovviamente non ha problemi più seri a cui pensare) ha inviato una squadra di nerboruti operai ad abbattere la statua a grandezza naturale del navigatore genocida, che si trovava in un parco. L’esecuzione è stata celebrata al cospetto di un centinaio di curiosi armati di telefonini. Il consigliere comunale Mitch O’Farrell, che a dispetto del nome palesemente irlandese sostiene di essere un discendente dei pellerossa e vendicatore dei suoi antenati, ha twittato la sua gioia vittoriosa, asserendo che “la sua immagine non dovrebbe essere celebrata da nessuna parte”. Quindi neanche da noi. E sicuramente troveremo presto emuli di O’Farrell a Genova.

Un anno fa l’iniziativa degli attivisti aveva spinto la città di Los Angeles a cambiare il nome del Columbus Day – festività in onore dell’esploratore genovese che ricorre ogni secondo lunedì di ottobre – in Indigenous Peoples Day.

Se la vicenda non fosse inquietante, farebbe ridere. Ma dovrebbe invece far preoccupare. Quando la follia va al potere, nessuno è al sicuro. Stiano però tranquilli i fan di Custer, la sua statua di bronzo che si trova a Monroe in Michigan è stata dichiarata monumento nazionale e non la tocca nessuno. Ma lui, ci spiegano, aveva eroicamente combattuto (e massacrato) i confederati schiavisti nella Guerra Civile e quindi era uno bravo.

Nemmeno le migliaia di film e fumetti in cui i pellerossa sono ritratti come dei sub-umani felicemente trucidati da eroici cow-boy e giubbe blù sono a rischio (patrimonio culturale anch’essi).

Magari ai superstiti delle antiche tribù, che ancora vivono come poveracci nelle riserve sarebbe interessato di più un intervento di natura risarcitoria con la restituzione delle terre e qualche investimento. Ma il politically correct è così: elegante e non impegna…

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