Draghi non è Conte, ma i DPCM sono gli stessi… o peggiori.

Quanto erano maleodoranti i Dpcm di Giuseppe e invece quanto sono profumati quelli di Draghi.

E’ questo in sintesi, l’atteggiamento degli ex oppositori di Conte, che però ora si ritrovano a condividere e a difendere gli stessi strumenti utilizzati dai giallo rossi, e con l’ottica identica, visto che Lamorgese e Speranza sono ancora lì, dove stavano prima.

L’imbarazzo è triplice: sta nello strumento, che giuristi autorevoli avevano considerato illegittimo, e che invece pare lo sia diventato solo perché è cambiato il governo. Sta nel fatto che lo stesso presidente del consiglio incaricato aveva fatto capire (o detto esplicitamente, non lo sappiamo) che avrebbe abbandonato quella strada. Sta infine nel contenuto: i Dpcm di Draghi non sono solo Dpcm ma sono più restrittivi di quelli di Conte.

Palese l’imbarazzo di opinionisti e di intellettuali: se a certi politici le svolte e le giravolte in quarantotto ore non creano particolari patemi (in fondo siamo un popolo che tra il 25 e il 26 luglio 1943 è diventato da fascista ad antifascista) agli uomini di cultura un minimo di coerenza è richiesta.

E cosi ecco alcuni di loro giustificare che si, Draghi ha scelto i Dpcm, ma ci sono codicilli invisibili ai più che ci spiegano come essi siano … migliori. Ma non era, a dire degli stessi fino a un mese fa, lo stesso strumento in sé Dpcm a essere gravemente lesivo? Siamo al migliorismo dei Dpcm? Purtroppo quando si tratta di giustificare l’ingiustificabile la figura dell’avvocato Azzeccarbugli diventa una maschera dell’intellettuale.

Che poi, dal nostro punto di vista di ragazzi semplici, è grave più il contenuto che la forma: e il contenuto sono le chiusure, quindi i danni bestiali a commercianti, imprenditori, ristoratori, gestori di palestre e via elencando. La base sociale ed elettorale del centro destra, detto en passant. Da questo punto di vista, come alcuni (pochi) di noi avevano previsto, Draghi avrebbe chiuso di più, non aperto. La vicenda poi ci fa capire altro.

Che quel pezzo di centro destra che sta in Draghi subisce le decisioni altrui, al di là delle parole e degli interventi video sui social. Che su un tema cosi rilevante la continuità con Conte è totale, perché il blocco sanitocratico attorno ai giallo rossi ha trovato semplicemente in Draghi un miglior difensore. Che il governo, ancorché essere quello dei “produttori”, tutela gli interessi corporati e garantiti (sindacati, grandi imprese e via elencando).

Ma attenzione, Draghi non è Conte, la sua proposta e i suoi intenti sono più insidiosi e più decisi sul piano di un rifacimento di società. Che va in direzione opposta a quella dei valori dei conservatori italiani. Ma su questo ritorneremo.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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