E il M5S disse vaffa alla sua stessa storia…

E anche stavolta – nonostante l’estremo appello di in Aula alle «occasioni che non hanno prezzo» – i giallo-fucsia, ossia i grillini al tempo dell’alleanza-voltafaccia con il Pd, hanno scelto la «Mastercard».

Solo che stavolta il “prezzo” (ossia il debito pubblico), parafrasando il celebre spot della carta di credito, rischia di finire tutto sulle spalle del risparmio degli italiani.

È questo il succo del sì alla riforma del Mes andato in scena tra Montecitorio e Palazzo Madama: l’apertura a una riforma peggiorativa del Meccanismo Salva-stati da parte di chi, vendendo evidentemente fumo negli occhi, assicurava nel suo programma di voler «smantellare il Mes».

E invece, con il voto sulla risoluzione di maggioranza è stato assegnato a Giuseppe Conte il compito formale (a quello sostanziale, senza alcun mandato parlamentare, ci ha già provveduto Roberto Gualtieri) di «finalizzare l’accordo politico raggiunto all’eurogruppo e all’ordine del giorno dell’eurosummit sulla riforma del trattato del Mes»: insomma, ad aprire le porte al più pernicioso degli accordi intergovernativi.

I cambiamenti “vittoriosi” salutati dal premier in pochette? Nient’altro che l’ennesima assicurazione del common backstop utile per le banche…tedesche e la reintroduzione – udite, udite – dei parametri del Patto di Stabilità, con la retrocessione de facto dell’Italia a nazione “debole”: con un debito pubblico quindi a forte rischio ristrutturazione, in caso di folle ricorso al Mes.

Niente male, si far per dire, da parte dei 5 Stelle la cui presunta fronda di coerenti è diventata un ramoscello secco dopo “l’avvertimento” quirinalizio sulla conclusione del Conte bis in caso di sconfessione pubblica della linea Ursula, incarnata dalla sagoma dell’ex avvocato del popolo. Ennesimo tradimento pentastellato? Certo, e stavolta ancora più grave se è vero che in un’altra occasione importante Di Maio & co non si fecero problemi, nella stagione giallo-verde, a votare contro il governo e quindi contro Giuseppe Conte.

È accaduto sulla mozione riguardante il Tav, quando – a differenza della relazione del premier da loro indicato – i grillini (costretti a un voto “ideologico”) si espressero contro la prosecuzione dell’opera, perdendo ma sconfessando apertamente l’inquilino di Palazzo Chigi.
Oggi come allora, è del tutto evidente, non vi era alcun automatismo sulla fine dell’esecutivo. Eppure stavolta – guarda caso sul Mes, la cambiale che l’Europa rigorista e calvinista pretende dai giallo-rossi – per i grillini sostenere il governo è valso il cappio per l’Italia targato riforma del fondo Salva-Stati.

E che questo strumento anti-nazionale veda compatto a suo sostegno l’estrema minoranza del Nazione, ossia i post-comunisti senza più né lotta né classe del Pd, della sinistra radicale di LeU uniti con la neo-sinistra Dc di Italia Viva in un unico fronte di pasdaran, è solo un ulteriore aggravante sulle spalle dei pentastellati: i quali, al contrario, potevano rivendicare proprio su questo tema di incarnare, con il destra-centro, una forza post-ideologica sì ma attenta ad affidare l’Italia alle “cure” dei tecnocrati.

È andata esattamente al contrario. «Può essere il grande “vaffa day” di tutti i tempi, aiutateci a mandare a casa i venduti, gli intrighi di Palazzo che barattano la loro libertà per un misero tornaconto», ha esortato così i 5 Stelle a uno scatto di orgoglio, ricordando a loro che esistono momento della storia «che non hanno prezzo».

È finita col “vaffa” alla loro stessa storia, perché la postazione di governo a tutti i costi, alias «Mastercard», ormai si sa è il più importante degli obiettivi: il vero fondo salva-5 Stelle.

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