Economia, Draghi non convince e ci traghetta verso un nuovo Monti 2012.

Nessuna novità e tre conferme dalle comunicazioni del Sig. Presidente Draghi alle Camere, pre consiglio Europeo di oggi.

La prima: si conferma come esatta, la scelta di Fratelli di Italia di non far parte di questa strana maggioranza, dimostrazione di visione e coraggio politico che si basa su coerenza e valori e rispetto verso i suoi elettori.

Fratelli d’Italia quale unico partito di peso assoluto all’opposizione è impeccabile. Ed è errata – non per inferenza ma per fatti – quella di qualunque altra forza politica Conservatrice Liberale, che appoggi un esecutivo in totale continuità con quello Conte, i suoi disastri sanitari e economici, il totale legame al vincolo esterno Europeo.

La seconda: il Presidente del Consiglio è da “Manuale Commissione EU”: quello che abbiamo conosciuto ascoltandolo   in decine di conferenze stampa dal 2011 quale presidente della BCE e appreso dalle sue scelte di politica monetaria quando in quella carica, azioni e scelte spesso dure e lontane dalla benevolenza di oggi come, per esempio, nel caso della crisi Greca.

La terza: Draghi è stato imposto dalla carica più alta della Repubblica e “accettato” politicamente da una parte importante dei conservatori ora al governo, per accelerare il piano vaccinale e per tentare di vigilare sulla stesura del PNRR e la sua corretta implementazione. Oggi egli si è, giustamente o meno ma con diverso stile, auto riconosciuto il merito della prima e della accettazione del PNRR da parte della Unione Europea– piano sui cui sbilanciamenti nella allocazione delle risorse a favore della cosiddetta “transizione green” è palese.

Una attenzione per l’ambiente da regime sovietico e -con il medesimo stile – da portare a termine. Transizione velleitaria nei tempi e nelle dimensioni per fatti, ma che soprattutto viene fatta passare come prioritaria   rispetto alle esigenze più primarie spesso di sopravvivenza di chi ha perso il o ha dovuto chiudere la propria attività attività per colpe non sue. Una evoluzione rispettosa dell’ambiente per rinnovare e ribaltare un sistema industriale maturo e i cui costi ricadranno sul consumatore oltre a renderci strategicamente e geopoliticamente dipendenti da paesi non democratici.

Dobbiamo essere così “orgogliosi” che la Commissione abbia “accettato” di dare i soldi dell’Italia all’Italia in base ad un piano che essa ritiene serio? Non crediamo che per la terza economia Europea sia dignitoso ricevere pagelle da un organismo esterno e   che si permette di dare valutazioni su come spendiamo risorse economiche nostre.

Infatti vale sempre rammentare che i fondi del PNRR, di poco superiori a quanto impegnato direttamente dal governo nell’esercizio 2020 e primo semestre 2021, sono come già detto da luglio del 2020 e ripetuto- debito: sono risorse Italiane -non dell’Europa. Fondi che direttamente nella quota prestiti e indirettamente in quella sussidi (questi altro non sono che banali fondi strutturali sotto altro nome) saranno restituiti interamente e soggetti a vincoli e controlli stringenti della Commissione Europea.

Il lato politico e il lato economico

In BCE il sig. Presidente del consiglio rivendicava meriti o si esprimeva rigidamente per dogmi economici; da banchiere centrale metteva in campo meglio di chiunque altro la abilità nel pesare le parole e la precisa scelta dei tempi. Ci attendevamo il momento in cui lo avrebbe fatto in Parlamento.  È accaduto oggi mostrando anche il  lato dirigista che accompagna la sua competenza, in replica un po’ stizzita all’ unico partito d’opposizione e che rappresenta in sondaggi la seconda o terza forza della Nazione.

La chiarezza del sig. Presidente- intesa come perentoria – era rivolta ad una assemblea di maggioranza ridotta a provincia dell’impero EU e – sommessamente- poco cauta nel non esagerare con la pratica sicofante o di un culto della personalità molto vicino al Venezuela; ma soprattutto era indirizzata e valeva   come rassicurazione pubblica a Bruxelles e Berlino.

E da uomo capace e quale è, esso non lo ha nascosto nella sua replica un po’ politica un po’ mise-en-scene, vantando il merito inoltre di un cambiamento di sentimento delle Camere nei confronti del tema della “appartenenza” Europea. Un fatto   raccontato dai mezzi di informazione e dalle necessità tattiche di una importante parte politica ma non così reale.

Insomma, o “al in all”, come ripete spesso Draghi nelle sue conferenze stampa in inglese, vista la maggioranza e la situazione, non poteva essere altrimenti.

Questo per la nota politica.

Per il lato economico, si parva licet, non siamo ottimisti quanto il Primo Ministro.

Lo scenario internazionale è semplice: nella soluzione della crisi, al netto degli errori locali italiani, della incapacità incredibile del governo precedente, l’Europa dei  paesi periferici è parte debole rispetto a USA e rispetto alle economie del nord Europa.

Due ordini di motivi: il primo è che la Federal Reserve ha immesso nel sistema liquidita quattro volte superiore a quella della BCE. Oggi gli Stati Uniti sono già oltre la curva con una ricchezza delle famiglie che è la più alta mai registrata nella storia della Nazione, una disoccupazione che nel prossimo anno sarà nuovamente ai livelli di massima occupazione (3.8%) del Febbraio 2020 e un indice PMI (le intenzioni dei manager degli acquisti, un indice Macroeconomico rappresentativo) del 65 -62 in leggera diminuzione rispetto al precedente 70, una lettura mai sperimentata. E questo è semplicemente dovuto a politiche fiscali imponenti, le stesse che per dimensioni lo renderanno probabilmente stabile. In Eurozona la BCE è stata molto più timida, meno reattiva, come è nella sua storia.

Il secondo è nuovamente il vincolo esterno Europeo che ci penalizza.  La mancanza di una banca centrale, l’esser dipendenti dalla BCE ci rende totalmente vulnerabili.

Il rompicapo di difficile soluzione

E qui è il “conundrum” il rompicapo di difficile soluzione e che ci porta ad essere molto meno ottimisti nel medio periodo. Anche qui quattro elementi: Il rallentamento o termine -nei fatti al 2022- del PEPP (Quantitative Easing pandemico aggiuntivo di 1850 Md di Euro che permette a ECB di comprare senza il “Capital Key”, ovvero senza alcun limite diversamente da prima, i nostri titoli di stato.

È la BCE ad aver sorretto e assicurato la stabilità finanziaria dell’Italia. Nulla di particolare: ha assolto il compito che ogni banca centrale ha nel suo statuto, stampando moneta e   riacquistando il proprio debito emesso. Per inciso, la Federal Reserve negli ultimi due mesi ha riacquistato piu’ debito di quanto emesso in asta, ritirando di fatto lo stesso dal mercato: segnale chiaro di una intenzione di rallentare e terminare il suo QE e aprendo lo spazio per un probabilissimo aumento dei tassi.

Il secondo è Il ritorno alle regole di bilancio “prudente” come rammentato da Draghi. E il termine definito in commissione è il 2023. Draghi ha aggirato il problema con vaghezza e scetticismo sulla data, ma   il probabile futuro Cancelliere tedesco Laschet in una intervista al Financial Times questa settimana, ha sollecitato il rapido ripristino delle regole.

Da ultimo le due regole centrali europee assolutamente pro-cicliche (ovvero recessive): l’output gap e il Pil Potenziale.

Non appesantiamo ulteriormente con considerazioni sulle dinamiche inflattive: allo stato dell’arte non eccessive ed in linea con gli obbiettivi BCE e valutabili come “parzialmente” temporanee. Ma l’aumento dei tassi potrebbe essere non lontano qualora la BCE dovesse–essere obbligata a controllare una crescita eccessiva e stabile dell’inflazione oltre il 2.5%-3%. Un livello stabile inaccettabile per la Germania che imporrebbe un rapido raffreddamento del sistema agendo appunto sui tassi.

Per concludere: il giusto mantenimento delle politiche espansive evocate da Draghi (debito speso bene) per sostenere crescita duratura e occupazione. Se i veri pericoli rammentati sopra – a cui il Presidente del Consiglio non ha fatto quasi cenno – si concretizzeranno, non vediamo come sia possibile una crescita duratura e la ancor peggio la sostenibilità del debito.  Semplicemente ci ritroveremo nella situazione creata da Monti e dal suo governo dal 2012.

Questa volta però, non c’è ritorno.

Fabrizio Jorio Fili
Fabrizio Jorio Fili su La Voce del Patriota.
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