Le elezioni in Francia e il flop clamoroso dei partiti che governano l’Ue

Per registrare la distanza siderale fra le dinamiche di Bruxelles e l'Europa reale un dato macroscopico è stato fornito dalle Presidenziali francesi. Si tratta di un elemento “laterale”, secondo il grosso dell'informazione, rispetto alla sfida Macron-Le Pen ma in realtà dice tantissimo ben al di là di chi guiderà l'Eliseo per i prossimi cinque anni.

Parliamo dell'implosione, rovinosa, del Ppe e del Pse: rappresentati nell'esagono francese dai Repubblicani e dai Socialisti. Insieme, i due partiti che “governano l'Ue”, hanno ottenuto il 7%: un flop così clamoroso che solo l'adesione precipitosa dei suoi leader alla causa macroniana – ossia l'arco costituzionale contro la Le Pen in vista del secondo turno – è riuscita parzialmente a schermare.

Eppure l'evidenza non si può nascondere: nella seconda potenza europea, dopo la Germania, i due partiti “di sistema” non rappresentano praticamente nessuno. Scalzati e prosciugati dal populismo tecnocratico di Emmanuel Macron – un po' di destra un po' di sinistra: perfetto ogm – e incapaci di riformulare, a destra come a sinistra, un minimo di agenda a fronte delle ottime performance di Marine Le Pen e di Meléchon o di fronte all'arrivo di un outsider identitario come Zemmour e del primo segnale di vita dei Verdi.
Si dirà: è un problema tutto francese.

Assorbito entro i suoi confini e con Macron capace di fornire comunque un argine “europeista”. In piccola parte sì. Ma in grande parte no. Iniziando dal fatto che l'operazione Macron non si coniuga perfettamente – tutt'altro – con il progetto unionista e con la melassa del grande coalizione: si tratta, piuttosto, del tentativo di un enarca francese – dotato della giusta dose di bonapartismo – di occupare il vuoto lasciato da Angela Merkel alla guida dell'Ue. Tralasciando i sogni di grandeur di Macron, la novità determinata dalle Presidenziali conferma una tendenza in atto presente in tutte le maggiori realtà Ue e non.

Non sarà sfuggito, a esempio, che proprio nella patria naturale della “grande coalizione” – la Germania – il patto popolari-socialisti sia saltato: con i popolari che dopo la lunghissima stagione Merkel hanno perso drammaticamente lo scettro. Non solo: adesso i socialdemocratici governano con l'appoggio dei Verdi e dei liberali. Un colpo durissimo per il “motore immobile” del Ppe: la Cdu tedesca. Altrove, poi, non c'è spazio per riproposizioni in scala dell'alleanza di Bruxelles: in Spagna, ad esempio, la logica dell'alternanza è così radicata che (a differenza di ciò che avviene da noi) si torna al voto ogni volta che una maggioranza in Parlamento non è chiara. In Polonia e in tutte le nazioni di Visegrad, poi, la tenuta è assicurata da governi “conservatori” – la maggioranza dei quali rappresentati proprio da Ecr più l'ex Ppe Orbàn – che nulla hanno a che fare con il sincretismo ideologico in atto fra popolari e socialisti: figuriamoci con le larghe intese. Stesso discorso – a parti inverse – nelle Nazioni del Nord, dove la socialdemocrazia governa senza mediazioni strutturali.
Dov'è che va male, dunque, lo schema che governa l'Europa? Come abbiamo visto, nelle tre Nazioni principali: in Germania, con il crollo dei popolari, in Francia, con la scomparsa di gollisti e socialisti e in Italia. Già, nel Belpaese le larghe intese – tentativo tecnocratico di mutuare il modello di Bruxelles senza passare dalle elezioni – la crisi dei partiti “eurolirici” è rappresentata plasticamente da Forza Italia, inesorabilmente scivolata come terza gamba del centrodestra, da un Pd che non riesce a dettare una vera agenda nel campo progressista e dall'assoluta mancanca di un'offerta strutturata da parte dei cespugli centristi.

Ad emergere, invece, è la proposta integralmente bipolarista, piantata nel campo della destra di governo e riconosciuta da tutti gli osservatori più accreditati come tale: quella di Fratelli d'Italia. Non a caso si tratta della forza politica – a nome di Ecr – che in Europa lavora di più per smontare l'intesa Ppe-Pse che ha portato negli anni i popolari a una sottomissione di fatto all'utopismo decrescita e liberal dei socialisti e al trionfo del fanatismo “woke”. Il risultato di questo impianto si riscontra nella disaffezione, nell'abbandono tornata dopo tornata, dell'elettorato nei confronti delle famiglie dei popolari e dei socialisti che sostengono di rappresentare il progetto unionista europeo. L'alternativa concreta e confederale proposta da in scala continentale, al contrario, monta, si alimenta di suggestioni su cui può rivendicare preveggenza e ampia letteratura – indipendenza energetica, sovranità alimentare, politica estera comune – ed avrà in Italia la sua prova del nove.

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