Il Conte Draghi.

E la montagna del «governo dei presidenti» partorì un misero “Cencelli”.

Doveva rappresentare un’Arcadia questa immaginata da Sergio Mattarella e Mario Draghi, è uscito niente più che un’arca di Noè costruita per portare in salvo non i «migliori» ma molti dei relitti della stagione giallo-fucsia. Il premier incaricato Draghi poteva e doveva fare di meglio nella composizione del suo nuovo governo, imposto d’imperio dal capo dello Stato come alternativa – senza alternative – alle elezioni anticipate.

Ciò che è venuto fuori, invece, è un esecutivo di basso profilo dove a spiccare non sono certo le qualità e la famosa discontinuità ma è la riproposizione dell’asse che ha determinato il disastro del Conte II, accompagnata (a dire il vero anche in maniera dozzinale) dal vecchio manuale Cencelli, celebre come prontuario per la distribuzione di incarichi di governo e sottogoverno.

Al di là degli incarichi approvati dietro stretto caminetto quirinalizio (come i tecnici Daniele Franco all’Economia e Roberto Cingolani alla Transizione ecologica e il bassissimo numero di ministri donne), la conferma di un ministro disastroso come Roberto Speranza alla Sanità, di un titolare del Viminale impalpabile (capace però di smantellare i decreti sicurezza in piena emergenza Covid) come Luciana Lamorgese, del grillino Luigi Di Maio agli Esteri e poi delle immancabili correnti del Pd, con l’indicazione poi di Andrea Orlando al Lavoro, testimoniano una pericolosa continuità sui disastri giallo-fucsia in ambito sanitario come sulla politica migratoria. Una situazione – destinata a cristallizzare lo status quo su temi fondamentali come l’ e ad accentrare nelle mani di palazzo Chigi i capitoli fondamentali legati al Recovery fund – accolta per nulla bene dagli due partiti di centrodestra, Lega e Forza Italia, che partecipano al governo con sei ministri ma che hanno già compreso la pericolosità di un esecutivo dove la golden share resterà sempre ai dem e ai loro alleati.

Un rischio intuito in tempi non sospetti da Giorgia che anche per questo aveva cercato di blindare l’opposizione dai rischi rappresentati dal governo Draghi nel metodo e nel merito. Caustico il suo commento a caldo davanti al nuovo consiglio dei ministri: «Le grandi aspettative degli italiani sull’ipotesi di un governo dei “migliori”, in risposta all’appello del Capo dello Stato, per fare fronte alla drammatica situazione dell’Italia si infrangono nella fotografia di un esecutivo di compromesso che rispolvera buona parte dei ministri di Giuseppe Conte».

Un’immagine che conferma il punto debole di tutta la crisi: un parlamento totalmente delegittimato. «Mi chiedo se i cittadini, gli imprenditori, i lavoratori e tutte le persone in difficoltà si sentano rassicurate dall’immagine che vedono – ha continuato la presidente di Fratelli d’Italia –. Sono convinta più che mai che all’Italia serva un’opposizione libera e responsabile».

Di fatto, dietro a un esecutivo dove convivono soggetti che si sono combattuti per quasi tre anni, rischia di celarsi nient’altro che la volontà di riprororre l’impianto del governo Conte sostenuto, questo è la beffa, da due forze del centrodestra come Lega e Forza Italia. Per fare cosa? Con questo profilo è difficile, se non impossibile, che l’Italia possa innestare la ricostruzione sul binario sviluppista e anti-tasse tanto caro al centrodestra. Non a caso ad allarmare Meloni, a maggior ragione in vista della crisi sociale destinata ad aprirsi a marzo con lo sblocco dei licenziamenti, è la casella Lavoro: «Come dimostra la casella strategica del ministero del affidata al PD, i nostri timori di un governo ostaggio della sinistra vengono confermati. Sono molto preoccupata per il nostro tessuto produttivo e per i milioni di italiani che rischiano il posto di lavoro».

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