Eric Zemmour o il conservatorismo francese: finalmente qualcosa di nuovo

Questo pezzo potrebbe autodisintegrarsi a breve. Vale a dire che magari tra poco tempo sarà carta (virtuale) straccia. E tuttavia ora l’argomento lo dobbiamo affrontare. Un sondaggio di qualche giorno fa per le presidenziali francesi, che si svolgeranno la primavera del prossimo anno, assegna il ballottaggio tra Macron e Eric Zemmour. Un nome assai noto in Francia da anni, molto meno in Italia. Tanto poco che i giornali hanno infatti cominciato a occuparsene, a dire il vero in modo assai superficiale, come sempre quando si tratta di questioni che escano dal quadro nazionale. Qui in maniera molto icastica, didascalica, per punti, cercheremo di fare un po’ di chiarezza

1 – scrivevamo che questo testo potrebbe essere effimero perché nella storia della V repubblica le candidature, per altro ancora virtuali, come quella di Zemmour, a cui i sondaggi regalavano grandi risultati, non si contano, a cominciare dalle indagini del 1980 che segnavano la presidenza al comico Colouche, che pure doveva vedersela con giganti come Giscard (presidente uscente), Mitterrand e l’ex primo ministro e sindaco di Parigi, Chirac. In pochi mesi, il comico è sparito. Figuriamoci oggi che il parterre è costituito da Macron, Le Pen, Hidalgo, Melenchon (per non parlare dei signori nessuno dei sarkozisti), gente che ai tempi di Giscard e di Mitterrand avrebbe ricoperto ruoli molto ma molto più secondari. Dopo pochi mesi, e considerando che i giochi cominceranno veramente solo all’inizio del prossimo anno, Zemmour potrebbe apparire solo come una meteora. Anche perché, nella storia delle competizioni presidenziali della V Repubblica, gli outsider, cioè figure senza partito o estranee alla classe politica, non sono mai andate lontano. E non fatevi ingannare da chi afferma che Macron sarebbe stato un outsider: a parte che era stato ministro, egli fu un Frankestein costruito dall’establishment francese che temeva la vittoria di Marine Le Pen

2 – Anche se durerà l’espace d’un matin, il caso Zemmour è tuttavia interessante perché, per la prima volta almeno dai tempi di De Gaulle, si sente risuonare nel panorama politico francese una voce che si ispira al conservatorismo politico. Tali non erano, infatti, né Giscard né Chirac, un pochino Sarko, ma senza costanza e con superficialità. Non fatevi ingannare dai media: Zemmour infatti è di estrema destra solo per la gauche caviar di “Le Monde”, “Liberation” e “Nouvel Obs”. Il suo pensiero è il portato di due secoli di conservatorismo francese. Né egli è solo un chroniquer: basta leggere un suo pezzo, per non dire i suoi libri, per capire che il suo campo di conoscenze e il suo livello di riflessione è quello di un intellettuale e che la sua tentazione, come spiega nella introduzione al suo ultimo libro, La France n’a pas dit son dernier mot, è quella di collocarsi nella lunga scia di intellettuali prestati alla politica, tanto a sinistra quanto a destra. Ci sarebbe solo da aggiungere che, a parte forse André Malraux, però postosi nell’ombra di De Gaulle, poeti e scrittori in politica non hanno mai combinato molto…

3 – Il conservatorismo di Zemmour ha poco a che vedere con il nazionalismo vagamente socialista di Marine Le Pen e con lo sbiadito tardo sarkozysmo dei Républicains. E però colma un vuoto che gli elettori di entrambi i campi risentono, per questo la sua candidatura strapperebbe voti ai primi e ai secondi. Voi, la destra, spiega Zemmour, non parlate mai o quasi di identità, identità della Francia, del popolo francese, del suo futuro e quindi del suo passato. Parlate solo di economia e di ordine pubblico, e anche questo visto come un accidente, non come il portato di decenni di selvaggia e di della Francia. Quando invece, secondo Zemmour, la battaglia che devono condurre oggi i conservatori è soprattutto culturale: e investe l’economia in quanto propone un cambio di paradigma. Rimettere al centro la Francia: la sua storia, la sua cultura, la sua lingua, la sua tradizione. Difenderle, anche contro le continue cessioni di sovranità. Non a caso Zemmour ha plaudito alla sentenza della Corte polacca che ripristina il primato delle leggi votate dal Parlamento di Varsavia rispetto alle direttive della Ue e ai pronunciamento delle sue corti. Che è la madre di tutte le battaglie. Se vince Varsavia, la Ue diventa una federazione di nazioni indipendenti, se vince Bruxelles, la Ue si trasforma uno Stato federale, peraltro non legittimato democraticamente. Il fatto che sia stato Zemmour a lanciare l’allarme e che poi Le Pen e i Républicains abbiano dovuto ricorrerlo, dimostra che egli occupa già un ruolo centrale.

Per il momento, non è il caso di proseguire, anche e soprattuto per ciò che scrivevamo all’inizio. In ogni caso, per noi conservatori l’esperimento Zemmour è da guardare con estremo e profondo interesse.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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