Esserci nonostante il resto. “Io sono Giorgia”, la recensione.

Il suo manifesto, diventato la “hit” di piazza San Giovanni (con il tentativo di parodia – caso unico nella storia recente – finito fagocitato dalla forza del messaggio, tanto da diventarne un formidabile amplificatore), nasce come dispositivo: «Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana». I quattro punti cardinali di un universo valoriale che la rendono intimamente «europea». E proprio per difendere tutto ciò eccola rivendicare il suo ruolo: «Sono un soldato» che non intende disertare «la guerra dei nostri tempi». Senza mai dimenticare di essere sempre anche «figlia» e «sorella». E oggi leader di un «noi». Di una compagnia a cui ha ridonato una casa, un posto nel mondo e anche una prospettiva impensabile per gli ex “esuli in patria”: candidarsi a diventare asse cartesiano della Nazione. Una direzione al passo coi tempi e ancestrale allo stesso tempo, innervata nel solco della terra dei padri.

«Io sono Giorgia» (Rizzoli, pp. 330, €18), in fondo, è un lungo paradigma che potrebbe svilupparsi così per tutte le trecento pagine del libro autografo della madrina della destra italiana e dei conservatori europei. Non si tratta di un’autobiografia di Giorgia Meloni, lo ha precisato lei stessa: «È la mia storia, fin qui». Né tantomeno è un’agiografia, aggiungiamo noi. Si tratta, a tutti gli effetti, di un romanzo di formazione. Un grande affresco politico ed esistenziale iniziato nel ‘77, l’anno dell’avvento del punk e di una nascita, la sua, avvenuta come puro atto di ribellione al luogocomune. Come gesto amorevole di “disobbedienza” di mamma Anna all’idea che non avesse senso per “Giorgia” venire alla luce in una «famiglia ferita» dall’assenza, dolosa, del padre.

E invece…esserci nonostante il resto. Un segno, con i caratteri della predestinazione.
Perché riscattare se stessa e chi le starà vicino dalle “ferite” e dalla sciagura politica provocata dalle scelte del “fratello maggiore” – l’incomprensibile abiura di Gianfranco Fini e l’onta dello scandalo di Montecarlo –, così come delle sbandate “disorganiche” di alcuni alleati di viaggio, sarà una costante per Giorgia Meloni: lo è stato per la sua vita «fino a qui», in quasi trent’anni (su soli quarantaquattro) spesi nell’esperienza totalizzante della militanza politica.

Una storia, questa della leader di Fratelli d’Italia, proiettata oggi sul palcoscenico internazionale, con i caratteri di un “fenomeno” tanto pop quanto politologico. Il tutto grazie a una leadership fresca e carismatica quanto radicata nel filone storico del pensiero nazionale che suscita fascinazione e curiosità proprio perché prende corpo dal sobborgo politico di una minuscola “casa”. Enclave che per lei rappresenta l’unico specchio a cui ha affidato la più anti-moderna delle promesse: «Rimanere me stessa, costi quel che costi». Il motivo è chiaro: quelle mure rappresentano la patria carnale. «A quindici anni e mezzo non pensavo che bussando al portone blindato della sezione del Fronte della Gioventù alla Garbatella avrei trovato la mia seconda famiglia – scrive –. Una famiglia decisamente più numerosa di quella di origine».

Non poteva saperlo la giovane studentessa, ispirata a prendere parte nel conflitto contro la Prima Repubblica dopo il martirio del giudice ed ex militante del Fuan Paolo Borsellino, che sarebbe toccato proprio a lei – vent’anni dopo e una serie di primi record frutto di un’incredibile e avventurosa gavetta – rifondare e riaccendere la “fiamma” dopo il disastro finiano, l’implosione rovinosa del Pdl e la diaspora politica di centinaia di migliaia di italiani dati per smarriti e oggi, invece, anima e “famiglia” allargata di FdI.

«Lo avevo già visto fare a quattro anni – scherza così, riferendosi all’appartamento dilaniato dalle fiamme per un innocente gioco immaginato da lei insieme all’inseparabile sorella Arianna – perché non potevo riuscirci a trentacinque?». Lo racconta in questo modo, con la sobrietà paradossale di chi sa bene, invece, che si è trattato di un’impresa aderente in tutto e per tutto all’allegoria profonda de La Storia infinita: salvare un mondo, un ambiente, dall’avanzata del “nulla”, dall’autodistruzione vestita da secolarizzazione. Salvarlo – per dirla poi con Tolkien – con una compagnia al suo fianco che diventa “generazione”: non solo quella dei coetanei cresciuti con lei sotto il segno di Atreju ma quella che proviene, etimologicamente, dal generare qualcosa. Una nuova cosa, dunque, nel perimetro di sempre: «Esisteva un popolo di destra, smarrito dopo anni di scandali e di crisi economica, a cui era necessario dare voce senza compromessi», appunta ricordando la vigilia della nascita di FdI. Rifondare sì ma senza inseguire la cosmesi politica, i nuovismi e i terzismi.

Con una stoica certezza: «La destra, la nostra comunità, la nostra storia possono sopravvivere a tutto, e a tutti. Dicevano che senza Gianfranco (Fini, ndr) non saremmo esistiti, come oggi dicono che senza la non esisterebbe Fratelli d’Italia». Per lei è vero esattamente il contrario: «Vada come vada, ci sarà sempre qualcuno che non accetterà che tutto questo finisca, che getterà il cuore oltre l’ostacolo, che scoprirà in se stesso una forza che non credeva di avere e sarà pronto a caricarsi il fardello sulle spalle».

E Giorgia Meloni – che non perde l’occasione, con rigore filologico, nell’indicare lo sforzo comunitario che ha sostenuto questo salto oltre la siepe – può dire a gran voce di averlo hanno fatto ma non per una mera questione «affettiva». E nemmeno per garantire una rappresentanza in nome della memoria, «che pure sarebbe stata una cosa assolutamente dignitosa». No: «Noi abbiamo salvato la destra per salvare l’Italia. Abbiamo salvato la destra perché oggi, qui, più che in ogni altro tempo e in ogni altro luogo, la destra è necessaria».

Ed è in questo incrocio inedito – con il ritorno prepotente della Nazione come motore della storia – che «le radici e le idee» di una comunità politica e del suo leader si incontrano con un numero di italiani mai visto prima proprio contro la vacuità del “pensiero gassoso” della sinistra liberal e l’accidia del partito dello status quo.

La missione di una vita arriva “qui e ora”: domanda e offerta in una comunione chiamata a fare leva e «destino comune al di sopra delle angosce individuali, senza paura né soggezione». La ricetta, in fondo, è semplice: «Dedicare ogni mia energia a questo “noi” che è l’Italia, senza il quale una frase come “Io sono Giorgia” mi risuonerebbe vuota, banale e priva di senso». Provate a moltiplicarlo per sessanta milioni e vedrete l’effetto che fa…

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Guido

Dai sessanta milioni levate me. Per fortuna (e per studio) io “non sono Giorgia”.

Graziella

Libro che consiglio di leggere! Mi fa sempre tanto male ascoltare le persone che parlano male dell’Italia. Finalmente una testimonianza autentica, sincera, reale che racconta il vero volto di questa nazione. Questo libro fà chiarezza su molti temi con trasparenza e sensibilità, mette bene in evidenza il valore, l’importanza, l’urgenza di tornare a sentire nel cuore l’amor di PATRIA. Grazie Giorgia!

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