, a : Lega rinnega se stessa, chiedo chiarimento ufficiale

“Prima il parere contrario del ministro Fontana e poi la bocciatura in Aula: oggi la Lega rinnega se stessa e vota contro la mozione di Fratelli d’Italia su e natalità. La Lega dice no al reddito di infanzia, al sostegno della naturale, agli asili nido gratuiti, al quoziente famigliare e ad un imponente piano di incentivo alla natalità. Sono senza parole e chiedo a un chiarimento ufficiale. Dopo economia, lavoro e infrastrutture, la Lega ha delegato al anche le politiche sulla ?”.

E’ quanto scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, .

Il Movimento 5 Stelle rivendica di aver fatto cambiare idea alla Lega.

“Ieri il ministro Fontana era pronto ad accogliere tutte le mozioni sulla compresa quella di Fratelli d’Italia sull’aborto che impegnava il governo a ‘scoraggiare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza’. Sarebbe stata una follia e ovviamente il MoVimento 5 Stelle avrebbe votato contro. Alla fine è passata la nostra linea, bene che il ministro abbia cambiato idea dando parere favorevole solo alla mozione di maggioranza”. Lo sottolineano fonti parlamentari . “Dopo Verona – rimarcano le stesse fonti – la Lega ha capito che su certi temi noi siamo categorici: i diritti conquistati non si toccano”.

Il testo della mozione sulla e la natalità presentato da Fratelli d’Italia e bocciato da Lega, Movimento 5 stelle, e .

1-00163
MOZIONE
La Camera,
premesso che:
gli articoli 29, 30 e 31 della nostra Costituzione sono dedicati alla e al ruolo che ad essa è riservato nel nostro ordinamento, con particolare riferimento ai rapporti tra i coniugi, ai doveri e diritti rispetto ai figli, e ai compiti dello Stato nel sostegno da accordare alla formazione della e alla tutela della maternità, dell’infanzia e della gioventù, ed è compito del legislatore garantirne la formazione e tutelarne i singoli aspetti;
l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha definito quali politiche per la quelle che «aumentano le risorse dei nuclei familiari con figli a carico; favoriscono lo sviluppo del bambino; rimuovono gli ostacoli ad avere figli e alla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare; e promuovono pari opportunità nell’occupazione»;
la denatalità e lo squilibrio demografico rappresentano una delle prime grandi emergenze italiane in questa fase storica della nostra Nazione;
l’Istat stima che al 1° gennaio 2019 la popolazione in Italia ammonti a 60 milioni 391mila residenti, oltre 90mila in meno rispetto al 2017, oltre cinque milioni dei quali sono stranieri;
sempre secondo i dati Istat, nel 2018 sono avvenute 449mila nascite, minimo storico dall’unità d’Italia, ossia 9mila in meno rispetto al precedente registrato nel 2017, con una costante e progressiva diminuzione delle nascite dal 2008 al 2018, che in soli dieci anni ha visto 128mila bambini in meno venire alla luce, e nel medesimo arco temporale sono diminuiti anche i decessi, che nel 2018 sono stati 636mila, tredicimila meno di quelli avvenuti nel 2017;
pertanto, la dinamica naturale di nascite e decessi nel 2018 è negativa, e l’Istat ha calcolato che le prossime nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi, nonostante la fecondità sia prevista in rialzo da 1,34 a 1,59 figli per donna nel periodo 2017-2065;
la nostra società sta, dunque, invecchiando in maniera estremamente veloce, senza che vi sia un ricambio generazionale, con ripercussioni sociali drammatiche nel prossimo futuro, e che richiedono lo sviluppo di strategie a lungo termine, quali politiche più mirate di sostegno alle famiglie;
in particolare, tra i fattori collegati alla denatalità gioco un ruolo importante la riduzione delle nascite da madre italiana, 358mila nel 2018 con una diminuzione di 8mila nascituri nel 2018 rispetto al 2017;
relativamente al tasso di sostituzione, cioè al numero di figli necessario per rimpiazzare naturalmente la popolazione, pari a un tasso di fertilità di 2,1 figli per donna, in Italia vi è un numero medio pari a 1,34 (1,46 nel 2010), con una differenziazione che vede attribuito alle donne italiane, in media, 1,26 figli (1,34 nel 2010), mentre alle cittadine straniere residenti 1,97 (2,43 nel 2010);
in merito alla distribuzione sul territorio nazionale, la fecondità presenta un profilo diverso tra le regioni: nel 2018 la Provincia autonoma di Bolzano si conferma l’area più prolifica della Nazione con 1,76 figli per donna, seguono la Provincia di Trento (1,50), la Lombardia (1,38) e l’Emilia-Romagna (1,37), mentre le aree dell’Italia dove la fecondità è più contenuta sono tutte nel Mezzogiorno (1,29), in particolare in Basilicata (1,16), Molise (1,13) e Sardegna (1,06), e la situazione è critica anche nel Centro che, con 1,25 figli, occupa l’ultimo posto tra le ripartizioni geografiche e, in particolare, nel Lazio (1,23);
secondo quanto evidenziato durante il Festival di Statistica 2018, le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno e hanno una propensione sempre più bassa ad avere figli, e le conseguenze saranno quelle di veder crollare la popolazione, arrivando nei prossimi 100 anni a poco più di 16 milioni di abitanti, rispetto ai 59 milioni e 423 mila attuali;
l’Istituto statistico della Commissione europea, Eurostat, ha calcolato che il tasso di fertilità nell’Unione europea è sceso ai livelli più bassi durante la crisi economica (2008-2011), tanto da parlare di baby recession, e che nel suo complesso, l’Unione è passata da più di 7,2 milioni di nuovi bebè nel 1970 a 5 milioni e 114 mila neonati nel 2016;
secondo le rilevazioni di Eurostat, nessuno dei 28 Stati dell’UE raggiunge il cosiddetto “livello di sostituzione”, ossia quel numero di figli necessario per rimpiazzare naturalmente la popolazione, possibile solo con un tasso di fertilità pari a 2,1 figli per donna, mentre il tasso medio di natalità si attesta, invece, a 1,60 figli per donna;
i tassi di natalità più alti sono stati registrati in Irlanda (13,5 per 100 residenti), Svezia e Regno Unito (11,8%) e Francia (11,7%), mentre quelli più bassi sono stati registrati in Italia (7,8%), Portogallo (8,4%), Grecia (8,6%), Spagna (8,7%), Croazia (9,0%) e Bulgaria (9,1%). In termini assoluti, la popolazione nel 2016 è aumentata in diciotto Stati membri dell’UE e diminuita in dieci, tra i quali l’Italia, che ha subìto una riduzione di popolazione del -1,3 per mille;
le previsioni dell’ONU ci dicono che gli ultrasessantenni sono oggi un quarto della popolazione europea ma entro il 2050 saranno già il 35%, e se per ogni persona di età superiore a 65 anni ci sono oggi 3,3 persone in età lavorativa, nel 2050 questa proporzione scenderà sotto la soglia di due, con l’Italia destinata ad averne 1,8 già nel 2035, con le inevitabili importanti ricadute sul sistema del welfare;
l’Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha sinora avuto un Piano nazionale di politiche familiari, inteso come un quadro organico e di medio termine di politiche specificatamente rivolte alla famiglia, cioè aventi la famiglia come destinatario e come soggetto degli interventi;
il Piano nazionale per la famiglia varato nel 2012, che prendeva le mosse proprio dalla constatazione che sino ad allora avevano «largamente prevalso interventi frammentati e di breve periodo, di corto raggio, volti a risolvere alcuni specifici problemi delle famiglie senza una considerazione complessiva del ruolo che esse svolgono nella nostra società, oppure si sono avuti interventi che solo indirettamente e talvolta senza una piena consapevolezza hanno avuto (anche) la famiglia come destinatario», e che «in particolare, sono state largamente sottovalutate le esigenze delle famiglie con figli», non ha avuto alcun seguito e da allora non è stato adottato alcun nuovo Piano;
anche la legge di bilancio per il 2019 non fa che confermare una linea di misure frammentate e una tantum che ha caratterizzato gli interventi pro famiglia degli ultimi anni, senza adottare, ancora una volta, iniziative strutturali, in grado di offrire un reale sostegno a quei cittadini che decidono di mettere al mondo dei figli;
il passivo demografico è uno dei problemi cardine dell’Italia: la crisi demografica è un tema strategico per il nostro futuro, ed è necessario dunque mettere in campo contromisure imponenti ed immediate atte ad adottare politiche di incentivo alla natalità e di sostegno alla maternità,
a questi fattori si aggiungono, nondimeno, l’assenza di politiche efficaci a sostegno della famiglia e della maternità, unitamente alla scarsa tutela accordata alle donne lavoratrici; l’insufficienza e l’inadeguatezza dei servizi di assistenza, con servizi educativi e scolastici costosi, con la mancanza di una rete sussidiaria
altra difficoltà rilevata è quella concernente la relazione tra maternità e disoccupazione femminile, vale a dire l’impossibilità per le donne di proseguire a lavorare dopo essere diventate madri, questione strettamente legata alla presenza e/o accessibilità dei servizi per l’infanzia;
è stato stimato, infatti, che solamente 43 donne su cento continuano a mantenere il proprio lavoro in seguito alla nascita di un bambino, e spesso le neo mamme subiscono anche una grave decurtazione stipendiale, che può arrivare anche al 20 per cento nei venti mesi successivi al parto;
dare maggiori possibilità alle madri di mantenere il posto di lavoro ha, tuttavia, una serie di ricadute in termini di crescita del PIL, di sostenibilità finanziaria della spesa sociale, di capacità delle famiglie di sostenersi (i dati ci dicono che le famiglie monoreddito sono esponenzialmente più a rischio di povertà), ma perché ciò avvenga non bastano i bonus, ma urge piuttosto una riforma strutturale;
la rete dei servizi per la prima infanzia è uno strumento essenziale sia per il benessere e lo sviluppo dei bambini, sia per il sostegno al ruolo educativo dei genitori nell’ambito della conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della famiglia;
in Italia si continua a registrare considerevoli ritardi nel recepimento delle iniziative normative europee in materia di sostegno alla genitorialità e servizi alla famiglia, e da anni l’ raccomanda all’Italia di moltiplicare gli strumenti che facilitano l’ingresso nel mondo del lavoro di chi ha una famiglia, per poter puntare all’equilibrio dei conti pubblici e a tornare a crescere dopo anni di debolezza;
l’obiettivo fissato in sede europea che prevedeva una copertura territoriale dei servizi per l’infanzia almeno al 33 per cento entro il 2010, è ancora oggi largamente disattesa in Italia, dove tale copertura arriva in media ad appena il venti per cento, con punte minime del tredici per cento di strutture nelle regioni meridionali;
a questo si aggiunge la scarsa diffusione di modelli di accoglimento alternativi agli asili nido, sul modello, ad esempio, delle Tagesmutter tedesche;
un efficace sostegno alle famiglie, inoltre, non può prescindere da un insieme di politiche abitative che possano garantire un alloggio ai nuclei che non possiedono sufficienti risorse proprie per acquistarne o locarne uno, al fine di realizzare pienamente il diritto alla casa;
i provvedimenti a sostegno della natalità e della maternità sin qui adottati dimostrano di non aver risolto il problema del calo delle nascite, e tantomeno di restituire alle giovani coppie quel diritto al futuro del quale la genitorialità è una componente essenziale;
impegna il Governo,
1) ad avviare una rivoluzione del welfare che metta la famiglia naturale al centro dello Stato sociale e a porre in essere un imponente piano di incentivo alla natalità per invertire il trend negativo del calo demografico in Italia;
2) ad introdurre il reddito per l’infanzia, per consentire l’erogazione di un assegno familiare di quattrocento euro al mese per i primi sei anni di vita per ogni figlio minore a carico per le coppie con redditi sotto gli ottantamila euro annui;
3) ad avviare una profonda revisione del sistema fiscale – con particolare riguardo al complesso delle detrazioni e deduzioni – prevedendo efficaci misure di agevolazione in favore delle famiglie con figli a carico, al fine di assicurare un prelievo più equo e progressivo basato sul quoziente familiare;
4) a garantire la piena attuazione della legge 22 maggio 1978, n. 194, con particolare riferimento alle attività da porre in essere per scoraggiare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza e sostenere le donne nel percorso della maternità, garantendo lo stanziamento di adeguate risorse per tutte le iniziative che offrano a queste madri un’alternativa all’aborto, attraverso la creazione di ulteriori Centri di aiuto, attraverso forme di sostegno economico erogato direttamente alle madri, attraverso la creazione di politiche abitative che favoriscano questa categoria ed individuando ogni altra iniziativa utile a sostenere questi nuovi genitori;
5) a promuovere il rilancio dell’occupazione femminile facilitando l’accesso al lavoro part-time e al telelavoro previsto dalla legge 81/2017, con l’obiettivo di garantire una più ampia flessibilità nella scelta dell’orario di lavoro e permettere alle madri di scegliere di trascorrere più tempo a casa con il proprio figlio;
6) a prevedere incentivi in favore delle imprese che assumono neomamme e donne in età fertile;
7) a disporre incentivi per le aziende che prevedano al loro interno delle aree adibite ad asilo nido aziendali per le mamme lavoratrici;
8) a prevedere l’esenzione contributiva per tutte le assunzioni in sostituzione di maternità, a fronte della riduzione del 50% che vige oggi solo per le imprese fino a venti dipendenti, così da poter consentire alle imprese una riduzione degli oneri a loro carico;
9) ad assumere iniziative affinché gli asili nido siano gratuiti ed aperti fino all’orario di chiusura di negozi e uffici oltre ad un sistema di turnazione nel periodo estivo per le madri lavoratrici;
10) a sostenere il potenziamento dell’offerta pubblico-privata degli asili nido, anche attraverso l’incentivazione dei nidi condominiali, sui luoghi di lavoro e in case private secondo il modello tedesco delle Tagesmutter;
11) ad applicare la deducibilità del costo del lavoro domestico di baby sitter, al fine di agevolare quelle famiglie che affrontano spese extra per l’assistenza dei loro figli;
12) a garantire la copertura del congedo parentale, di 180 giorni, fino all’80%, sia per i dipendenti pubblici che privati, e per un periodo che copra fino al sesto anno di vita, a fronte di quello attuale del 30%;
13) a prevedere il pieno riconoscimento dell’opera dei caregiver familiari.
, Lollobrigida, Bellucci, Acquaroli, Bucalo, Butti, Caretta, Ciaburro, Cirielli, De Carlo, Deidda, Delmastro delle Vedove, Donzelli, Ferro, Fidanza, Foti, Frassinetti, Gemmato, Lucaselli, Mantovani, Maschio, Mollicone, Montaruli, Osnato, Prisco, Rampelli, Rizzetto, Rotelli, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi
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