Giorgia Meloni rinuncia allo stipendio da Premier, ma occhio ai titoli di certa stampa.

La cattiva informazione non viaggia solo a bordo di bufale e fake news. Esistono metodi ben più subdoli per condurre il lettore fuori strada. Metodi che non implicano il ricorso alla menzogna, ma che – al pari di essa – garantiscono il medesimo effetto distorsivo. Uno dei meccanismi più in voga riguarda la titolazione delle news.

Il perché è ovvio: il titolo è il biglietto da visita della notizia. È ciò che ci invoglia a proseguire nella lettura ed è anche ciò che più ci rimane impresso. È la chiave interpretativa che ci viene offerta. Il succo della storia. Il senso. La morale. Assurge al rango di verità unica e incontrovertibile quando, come sempre più di frequente accade, ci limitiamo a leggere solo quello.

A tal proposito qualcuno forse ricorderà l’esperimento condotto nel 2016 dal portale satirico Science Post che pubblicò un articolo composto da interi paragrafi di “lorem ipsum” associandolo ad un titolo roboante. Ebbene: andò a finire che quel contenuto fu condiviso da quasi 46mila persone. Persone che non si erano prese neppure la briga di leggere per intero la notizia.

È un malandazzo tipicamente figlio dell’epoca social che ha ormai modificato in modo permanente il nostro modo di informarci. Vale sul web tanto quanto sulla carta stampata. Gli addetti ai lavori lo sanno bene e ne approfittano per influenzare il nostro giudizio. Per capire come operano i “furbetti” dell’informazione vi forniamo un esempio recente.

Quanto guadagnano i “paperoni” della politica? È una curiosità più che legittima.

Ogni anno viene soddisfatta con la pubblicazione sui siti di Camera e Senato delle dichiarazioni patrimoniali di onorevoli e membri di governo. Così nei giorni scorsi, ad esempio, abbiamo scoperto che il deputato con l’imponibile più basso (poco più di 9 mila euro) è Aboubakar Soumahoro oppure che (escludendo Berlusconi) Matteo Renzi è il senatore dei record con un reddito complessivo di 2 milioni e 584 mila euro.

Anche la situazione patrimoniale del premier è stata passata al setaccio e rilanciata dai media: il suo imponibile è di 151 mila 915 euro, possiede un solo fabbricato, che poi è la casa in cui vive assieme al compagno e alla figlia, non detiene titoli azionari né obbligazioni né partecipazioni societarie. Non c’è nulla di sindacabile.

In più spunta la dichiarazione di rinuncia ai compensi che le spetterebbero da presidente del Consiglio in virtù del divieto di cumulo con l’indennità da parlamentare. È a questo punto che la stampa più agguerrita scorge un’opportunità, qualcosa a cui aggrapparsi per restituire un’immagine deformata della realtà. È a questo punto, insomma, che a qualcuno viene l’idea di ricorrere al vecchio trucchetto della titolazione.

E così un quotidiano di caratura nazionale focalizza l’attenzione sul fatto che: “La leader dichiara 150mila euro e mantiene lo stipendio da deputata”. Orbene, quello che sostiene il giornale in questione non è una bugia: Giorgia Meloni, d’altronde, di qualcosa dovrà pur campare.

È però una narrazione monca, che difetta di un dettaglio fondamentale: la rinuncia all’assegno da premier. È solo una parte della storia.

Quella che fa più comodo raccontare per portare fuori strada il lettore.

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