mercoledì, Agosto 5, 2020

Giorgio Agamben e la polemica sul Covid

 

Sono stupefatto di come tanti intellettuali possano sbeffeggiarlo e tacciarlo di protagonismo – nonostante molto meno di loro abbia bisogno di notorietà – narcisismo e complottismo nel porsi l’interrogativo, del tutto esistenziale e filosofico, di come sia potuta darsi l’accettazione di limitazioni della libertà personale che finora erano state inaccettabili e inaccettate perfino sotto le peggiori dittature distopiche, imponendo l’accettazione di una separazione tra vita biologica e vita sociale, ponendo la preminenza sostanziale della prima sulla seconda sulla base di un rischio che più passa il tempo e più si rivela essere perlomeno eccessivamente sovrastimato.

“Come è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Non era mai successo prima. Accettare cose che normalmente vengono ritenute assolutamente inaccettabili, per esempio che i cadaveri dei propri cari siano bruciati senza funerale (e senza autopsia) è una barbarie che non è mai avvenuta. Limitazioni della libertà di movimento che non si sono mai date nella storia del Paese né nelle due guerre mondiali né sotto il fascismo e nemmeno sotto il nazismo. Com’è potuto avvenire che sia stato accettato tutto questo? “Era in pericolo la vita di tutti e di ciascuno”? Ma il modo in cui venivano date le cifre dei decessi era privo di ogni rigore scientifico. Se le cifre dei decessi non vengono messe in relazione con la mortalità annuale nello stesso periodo né vengono date le cause di morte effettive, non hanno valore scientifico. Il numero dei morti è impressionante in sé, ma una volta che lo si rapporta alla mortalità effettiva le cose sfumano, cambiano. Diffondendo il panico sorge il legittimo dubbio che si siano volute scaricare sui cittadini le responsabilità dei governi nello smantellamento del sistema sanitario e soprattutto negli errori che sono stati fatti in Lombardia. Per un rischio che più passa il tempo e più si rivela sovrastimato si è accettato di fare atti contrari all’etica, e non era mai successo prima”

Non era mai avvenuto prima nella storia, ed è un dato a cui dobbiamo dare una spiegazione, avrebbe detto Costanzo Preve. È questo l’interrogativo che si pone il filosofo Giorgio Agamben e mi chiedo davvero cosa ci sia di ignominioso nel porselo.

In effetti tutto questo ricorda proprio la coscienza scissa e infelice del servo e la furia del dileguare della religione della ragione che come in Rousseau porta al vuoto sociale, all’infinito cattivo, o perlomeno non concluso e inconcludente, del rimanere intrappolato nella paura della morte senza poter mai determinarsi, negando cioè la possibilità di capovolgere il rapporto dialettico nella figura hegeliana del servo/padrone e quanto la posizione di Agamben la ricordi nel primo dei tre momenti dialettici: «È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa.»

26/05/2020, Giovanni Moretti

 

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Giovanni Moretti
Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia

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