di Paolo Corsini*

L’Istituto di previdenza dei giornalisti (Inpgi) ha meno di 6 mesi di tempo per definire le politiche di riequilibrio della gestione.

I conti sono sempre più in rosso e l’ipotesi caldeggiata dal 2016 dalla presidente Marina Macelloni di allargare la platea degli iscritti ai cosiddetti “comunicatori” non sembra più praticabile (se mai lo è stata!). E’ stata infatti bocciata senza appello da tutte le associazioni ed è irrealizzabile per l’incertezza del perimetro e soprattutto per mancanza di chiarezza sui ruoli e compiti delle figure che lavorano nell’informazione e nella comunicazione.
l’Inpgi 1 oggi conta 15mila iscritti circa in attività e quasi 9mila pensionati dopo l’allargamento degli stati di crisi “selvaggi” (tutti controfirmati dall’Fnsi – il sindacato unico dei giornalisti) e la concessione di prepensionamenti. Solo negli ultimi 6 anni si sono perse 3mila unità lavorative. E le conseguenze del blocco dell’attività editoriale e della drastica riduzione dei proventi degli introiti pubblicitari a causa del coronavirus non sono state ancora quantificate.

Nel Decreto Rilancio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 maggio è previsto il differimento al 31 dicembre del termine entro il quale l’Inpgi deve riequilibrarne la gestione da un punto di vista finanziario, a partire – si legge nel provvedimento – “dal contenimento delle spese e in subordine agendo sulle entrate contributive”. Dopo c’è il commissariamento.

I margini di manovra sono a dir poco scarsi: tra questi il recupero delle migliaia di posizioni giornalistiche negli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni (Regioni, Comuni, enti, Asl, ospedali, etc.) e nelle aziende industriali, commerciali, turistiche e culturali che versano, se li versano, i contributi all’Inps.

Ma l’Inpgi, prima di tutto, deve essere “salvato da sé stesso”. L’unico vero nemico dell’Inpgi, infatti, oltre al destino “cinico e baro” sono proprio i suoi amministratori, il gruppo che gestisce l’istituto dal 1994 (ossia dalla sua privatizzazione) e che ha presentato ben 4 bilanci consecutivi in rosso e 10 bilanci con uno squilibrio tra entrate e uscite sempre più grave. Quello che ha tentato pervicacemente di gestire l’Istituto senza trasparenza, senza rendere conto ai propri iscritti delle scelte fatte, in particolare sui costi interni dell’Istituto e sulla gestione del fondo immobiliare e le cessioni del patrimonio immobiliare e, perché no, anche sulle parcelle agli avvocati…

Tutto, nonostante le reiterate e precise domande poste anche dal Parlamento.

ll deficit del suo bilancio è l’indicatore della miopia sindacale e politica dei giornalisti italiani e di chi li rappresenta.

Per non parlare poi del “conflitto di interessi” che l’interrogazione parlamentare del Senatore Fazzolari mette a nudo plasticamente, del Segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, nella sua veste di componente del CdA dell’Inpgi dove siede in rappresentanza della categoria. Con lo stanziamento di 2 milioni e mezzo di euro finanzia in maniera coatta il sindacato unico anche con i soldi di chi (tanti!) non è iscritto al sindacato.
Un sindacato che, oltre a fare politica a senso unico e spartire qualche briciola sulle macerie della professione, sarebbe interessante sapere a cosa serve, visto il contesto e con un contratto scaduto da anni.

Era davvero così lontana la crisi dieci anni fa, quando si costruivano contratti sindacali e si tamponavano le prime lacerazioni nel sistema previdenziale con soluzioni del tutto arcaiche, inutili o – addirittura – dannose? O quando si avallavano centinaia e centinaia di prepensionamenti richiesti in primo luogo dalla controparte, dalle aziende, ma anche dai comitati di redazione per cacciare i “vecchi”, dando il colpo di grazia all’Inpgi e mettendo a rischio le pensioni future di chi votava a favore di quegli accordi, sempre avallati dalla Fnsi, e con loro di tutti i giornalisti?

Sappiamo bene quanto conti avere una piena autonomia previdenziale per un mestiere sul confine degli equilibri costituzionali.  La stampa italiana non è come quella anglosassone, tedesca o giapponese. In Italia ci sono 110mila giornalisti iscritti all’Ordine, di cui 30mila professionisti e 75mila pubblicisti collaboratori che svolgono altre attività. I nodi per l’Inpgi arrivano dal fatto che poco più di 15mila professionisti attivi hanno un contratto di lavoro giornalistico, appena il 16%!

Tutti gli altri vanno cercati nelle aziende, nelle Pubbliche amministrazioni, nelle agenzie di comunicazione, nei collaboratori freelance, nel mondo delle Partite Iva. Un campo molto vasto dove si potrebbe intervenire per recuperare i soldi dei contributi che mancano. In sostanza si dovrebbe estendere progressivamente un contratto nazionale di lavoro (che non sia marziano e anacronistico come l’attuale) anche a migliaia di co.co.co. e collaboratori finti autonomi che dimostrino di lavorare di fatto come dipendenti (anche a tempo pieno) nelle testate e – soprattutto – negli uffici stampa.

 

*Consigliere nazionale Odg e Presidente di Lettera22