Giovanni Falcone, il magistrato che non fu capito

21 giugno 1989, il giorno dell'attentato mai avvenuto, quello dell'Addaura. La (non) vittima era Giovanni Falcone. Fu una prova tecnica di quella che poi sarebbe stata la strage di Capaci. Alle 7.30 del mattino gli uomini della polizia scovarono 58 cartucce di esplosivo, stipate in un borsone accanto a una muta subacquea e a delle pinne, riposti a fianco della villetta affittata da Falcone, che attendeva dei colleghi svizzeri per discutere su un'inchiesta circa il riciclaggio di denaro sporco. Probabilmente il denotatore non funzionò: un guasto che allungò la vita del magistrato di qualche anno.

Il “sistema” che lo odiava

Fine anni '80, inizio anni '90. L'Italia aveva appena superato il periodo del terrorismo rosso, ma iniziava a subire la stagione delle stragi di . Uomini di Stato spazzati via da esplosivi e perforati dai colpi di mitragliette. Si respirava odore di sangue a Palermo. Quella Palermo tanto amata da Falcone: “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”, il messaggio che le lasciò in eredità. Quella Palermo dalla quale fu quasi cacciato, rimasto ormai solo e impotente dinnanzi a un “sistema” che quasi lo vedeva come nemico. Accettò, chissà quanto di buon grado, l'incarico di direttore della sezione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, su proposta del sesto Governo Andreotti. E anche ricoprendo quel ruolo, il suo impegno non mancò nella costruzione della “Superprocura”, la Procura Nazionale Antimafia, che però, anche in questo caso, non ottenne l'avallo dei suoi colleghi.

La del sospetto

Torniamo all'Addaura, un lembo di costa poco distante dalla più nota Mondello. Anche dopo il fallito attentato, Giovanni Falcone fu bersagliato dai colleghi. Gerardo Chiaramonte, presidente della commissione parlamentare Antimafia, racconterà delle voci che giravano tra gli esponenti della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista di Palermo: “I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità e per rafforzare la sua candidatura a procuratore aggiunto”. L'Orlando citato è Leoluca Orlando, sindaco di Palermo per la DC in quegli anni e promotore di un esposto che accusava il magistrato di aver insabbiato importanti informazioni sui cosiddetti “delitti eccellenti” di Piersanti Mattarella, Michele Reina e Pio La Torre, sui quali aveva indagato. Celebre la sua difesa davanti al CSM, in cui Falcone dichiarò che “non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo”. Il clima di sospetto nei suoi confronti, da parte di colleghi e di , specialmente locale, era aspro. Sull'attentato dell'Addaura, lui stesso affermerà alcuni mesi dopo: “Questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è la tua che non l'hai fatta esplodere”. Ma le parole più cruenti le dichiarò pochi giorni dopo la mancata strage, in un'intervista a L'Unità: “Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi, ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

Il ricordo di Giorgia : “Contro ogni mafia, sempre”

Un uomo lasciato solo, abbandonato dai rappresentati di quello Stato che lui voleva proteggere, dichiarando guerra alla mafia. Falcone fu ucciso in questo giorno del 1992. Aveva appena compiuto 53 anni. Ammazzato barbaramente dai 500 chili di tritolo piazzati all'altezza dell'uscita di Capaci, sull'autostrada A29 in direzione Palermo, dove si stava recando, come solitamente faceva ogni weekend, dopo una settimana di lavoro a Roma. In quel punto si erge oggi un monumento che riporta il suo nome, quello di Francesca Morvillo, sua moglie, e quelli di Rocco Dicillio, di Antonio Mortinaro e di Vito Schifani, gli uomini della scorta uccisi insieme a lui nello scoppio. Oggi è il Presidente del Consiglio a ricordare il loro esempio di legalità: “Non disperdere i loro insegnamenti, il loro coraggio, portare avanti quei valori di Libertà, Giustizia e Legalità che hanno reso immortali: più forti del tritolo e delle bombe di vigliacchi criminali senza scrupoli. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e tutti gli altri eroi che hanno combattuto per una società libera dall'oppressione mafiosa, vivono ancora e per sempre nei nostri cuori. Le loro idee camminano sulle nostre gambe e su quelle di chi verrà dopo di noi. Contro ogni mafia, sempre”.

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