Governare il mare per salvare l’Italia

L’Italia come nave in tempesta, è con questa significativa metafora che il nuovo Presidente del Consiglio apre il suo discorso inaugurale alla Camera dei Deputati. La simbologia nautica si fa ancora più dettagliata quando il nuovo primo ministro afferma: “La nostra imbarcazione ha subíto diversi danni e gli italiani hanno affidato a noi il compito di condurre la nave in porto in questa difficilissima traversata.”

Dunque l’Italia come imbarcazione comune, la traversata come sfida ed un porto sicuro come obiettivo finale. proietta le sorti della Nazione sul mare, ci mostra un presente difficile, tempestoso, ma al tempo stesso ci indica una soluzione che non è l’abbandono del naviglio bensì la riconquista di una volontà nazionale forte e decisa perché: “la nostra imbarcazione, l’Italia, con tutte le sue ammaccature, rimane «la nave più bella del mondo», per citare la celebre espressione che usò la portaerei americana Independence quando incontrò la nave scuola Amerigo Vespucci. “Un’imbarcazione solida alla quale nessuna meta è preclusa se decide di riprendere il viaggio.” Ma questo impegno a riprendere il viaggio, questa “volontà” di giungere alla meta che l’Italia si è prefissata necessitano inevitabilmente di un comando all’altezza del compito, ed ecco che anche in questo caso il discorso del premier torna ad utilizzare una puntale terminologia marinaresca da fare invidia al Moby Dick di Herman Melville: “Noi siamo qui per tentare di ricucire le vele strappate, fissare le assi dello scafo, superare le onde che si infrangono su di noi, con la bussola delle nostre convinzioni a indicarci la rotta verso la meta prescelta e con un equipaggio che è capace di svolgere al meglio i propri compiti.”

Con quest’ultima immagine: il governo inteso come “equipaggio capace”, la parte più “romantica” del discorso lascia spazio alla concretezza delle difficoltà quotidiane di una Nazione vessata ed impoverita da decenni di malgoverno. Il mare resta però in primo piano, protagonista di mille dossiers, vero e proprio teatro di battaglia economica, sociale ed energetica.

E’ la svolta che in tanti si aspettavano, quel cambio di rotta “talassocratico” che delega l’Italia al governo del mare, quel mare troppo spesso dimenticato. Ed allora ecco la messa a fuoco delle risorse che le nostre acque ci offrono innanzitutto in materia energetica, a tal proposito senza mezzi termini afferma: “i nostri mari possiedono giacimenti di gas che abbiamo il dovere di sfruttare appieno e la nostra Nazione, in particolare il Mezzogiorno, è il paradiso delle rinnovabili, con il suo sole, il vento, il calore della terra, le maree, i fiumi, un patrimonio di energia verde troppo spesso bloccato da burocrazia e veti incomprensibili.” E’ il segnale che l’istituzione del nuovo Ministero delle Politiche del Mare si innesta in un percorso più ampio e strategico che fa acquisire alla nostra penisola una rinnovata postura mediterranea. Inevitabilmente il sud della Nazione diventa il protagonista di questa sfida, il Premier lo ricorda quando dice: “Penso alla favorevole posizione dell’Italia nel Mediterraneo e alle opportunità legate all’economia del mare, che può e deve diventare un asset strategico per l’Italia intera e in particolare per lo sviluppo del meridione.”

Insomma nasce l’idea di una nuova politica marittima che vede la nostra penisola ed i suoi porti come avamposto strategico per le rotte commerciali che passano attraverso il Mediterraneo. Il richiamo all’uomo che in passato si è maggiormente speso per questa postura geopolitica dell’Italia, è ribadito a chiare lettere dalla stessa quando dice: “credo che l’Italia debba farsi promotrice di un piano Mattei per l’Africa, un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione europea e Nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area subsahariana. E ci piacerebbe così recuperare finalmente, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il ruolo strategico che l’Italia ha nel Mediterraneo.”

La visione futura di un’Italia proiettata sul mare è dunque cristallina, ma soprattutto poggia su interventi già concreti come il neonato Ministero delle Politiche del Mare ed il rinnovato interesse per il Mediterraneo. Allo stesso tempo però, come ricordato dalla stessa Meloni, le sfide che attendono la nostra penisola sono tante e difficili, queste problematiche ci precludono facili ed immediate vittorie, per questo l’Italia dovrà guardare ancora una volta a bordo di Nave Vespucci e fare tesoro del suo motto che ci ammonisce: “non chi comincia ma quel che persevera”.

3 Commenti

  1. Certamente un intervento contro Eritrea e Tigray sarebbe un’idea interessante. Le forze armate italiane potrebbero impegnarsi in questo settore. Penso anche al progetto di rafforzamento di Frontex nel sud Italia, spero che proceda gradualmente.

  2. L’Italia è proprio un nave in tempesta, che ha subito talmente tanti colpi che il rischio di colare a picco è altissimo… Allora, come questa metafora illustra, in una nave che rischia di affondare i marinai rattoppano le falle per evitare che l’acqua invada le stive e faciliti l’affondamento piuttosto che prestare il fianco a ricevere altri colpi di cannone che amplieranno le falle e faranno definitivamente affondare… ovvero le sanzioni boomerang che ci mandano a fondo vanno eliminate, le armi che inviamo per alimentare una guerra a migliaia di chilometri dobbiamo tenerle qui da noi per difendere il nostro territorio semmai, piuttosto che inviarle per essere considerati cobelligeranti ed essere bombardati anche noi per la “libertà” di un paese che tantissimi italiani nemmeno sapevano esattamente dove fosse ancora l’anno scorso. Eliminiamo le sanzioni, sfruttiamo la nostra geotermia per avere più energia pulita, teniamoci le nostre armi per difendere il nostro popolo e i nostri confini dagli assalti delle ONG. Altrimenti saremo colati a picco prima di Pasqua. Le nostre aziende stanno fallendo !!! Per la libertà dei Palestinesi non abbiamo inviato nessuna arma, per difenderli da un popolo che ha voluto tornare in Palestina dopo quasi 2000 anni, mentre vogliamo difendere questo popolo che ha ricevuto la Crimea nel 1954 impedendo a chi stava lì di riprendersela con un referendum popolare dopo 30 anni. E non inviamo armi ai Catalani per liberarsi dal giogo spagnolo, nonostante l’autodeterminazione dei popoli sia molto importante ed i Catalani abbiano la loro lingua e cultura differente dalla spagnola. Per non parlare poi della Corsica…. Comodo due pesi due misure !

  3. Siamo un popolo di navigatori, e questo c’entra anche con le navi ONG, riprendiamoci la gestione e il dominio assoluto del mediterraneo, pure gli indomabili turchi ci devono temere.

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